Ci sono libri che non si limitano a descrivere una città, ma la scarnificano, togliendole di dosso ogni abito di scena. Quando nel 1953 Anna Maria Ortese pubblicò Il mare non bagna Napoli, l’impatto fu quello di un vero e proprio terremoto culturale. A distanza di decenni, quelle pagine continuano a parlarci con una forza intatta, ma per capirle davvero dobbiamo liberarle da un vecchio equivoco: l’idea che la Ortese fosse mossa da un freddo pessimismo. Al contrario, il suo sguardo era guidato da una disperata, umanissima ricerca di senso.
Il cuore di questa visione si nasconde in un racconto diventato leggendario: Un paio di occhiali. La protagonista è Eugenia, una bambina che vive nel buio soffuso di una grave miopia. Per lei, il vicolo del Pallonetto a Santa Lucia non è un luogo di miseria, ma un microcosmo avvolto in una nebbia protettiva, dove le voci sono calde e i contorni sfumati. La svolta arriva quando la famiglia, compiendo un sacrificio economico immenso, le compra un paio di occhiali da vista.
La reazione di Eugenia, una volta indossate le lenti, non è la gioia che tutti si aspettano. Affacciandosi al balcone, la bambina vede per la prima volta la realtà nella sua crudezza: i volti scavati dalla fatica, le mura scrostate, la sporcizia, una miseria che non lascia spazio all’immaginazione. Lo shock è così violento da provocarle una vera e propria vertigine fisica. La vista della realtà la priva di colpo della sua innocenza.
Spesso, per non soffrire, preferiamo la cecità volontaria, il filtro rassicurante degli stereotipi che riducono una città complessa a pura scenografia folkloristica. Ma la Ortese ci sfida a fare il contrario: ci porge quegli stessi occhiali e ci chiede di avere il coraggio di guardare. Lo scontro con la verità può fare male, ma è un passaggio obbligato. Sotto le macerie di una quotidianità difficile, la sua scrittura va costantemente a caccia di quei piccoli, ostinati “filamenti di luce” che continuano a brillare nell’animo delle persone. Riconoscere la sofferenza non significa arrendersi a essa, ma compiere il primo, fondamentale passo per restituire a chi la abita una profonda dignità.


