Mamma Schiavona e il sole d’inverno: la Candelora dei “femminielle”

Mentre l’inverno sembra dare l’ultimo morso gelido alle strade di Napoli, il 2 febbraio succede qualcosa di magico che profuma di incenso, tammorre e libertà: è la Candelora, il giorno in cui la luce torna a farsi strada, ma per noi all’ombra del Vesuvio è, soprattutto, la festa di Mamma Schiavona.

Immaginate il 1256. Due giovani uomini vengono scoperti ad amarsi. Il giudizio del mondo è spietato: vengono trascinati sul Monte Partenio, legati a un albero e lasciati lì, tra i ghiacci, perché la natura faccia il lavoro sporco che gli uomini chiamano “giustizia”: ma lassù, tra le nuvole pesanti dell’Irpinia, abita una Madonna che non guarda la faccia, ma il cuore. È la Madonna Nera, la Schiavona, la più umile delle sorelle.

La leggenda racconta che Lei, commossa da quel dolore, scatenò un sole così forte da sciogliere le catene e scaldare l’aria. Fu il primo miracolo per quelli che il mondo chiamava “diversi”.

Da quel giorno, ogni anno, si compie la “Juta dei Femminielli”. Non è una semplice gita, è un ritorno a casa. I femminielli di Napoli, figure sospese tra sacro e profano, salgono al Santuario di Montevergine per ringraziare la loro protettrice. In un mondo che spesso li mette all’angolo, Mamma Schiavona è colei che “tutto concede e tutto perdona”.

Vederli salire è uno spettacolo per l’anima: ci sono i canti a figliola, il ritmo ossessivo della tammorra che batte come un cuore antico, e vestiti che sono preghiere colorate. È un rito che affonda le radici nel mito di Cibele, la Grande Madre, ma che oggi parla di accoglienza e dignità.

Mentre le candele si accendono nelle chiese per benedire la luce, sul Montevergine si accende la speranza: quella di una madre che non caccia nessuno dei suoi figli e di un amore che, proprio come il sole della leggenda, ha il potere di sciogliere anche il ghiaccio più duro dei pregiudizi.

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