‘O calore e ‘a rinfrescata: dal refrigerio del corpo a quello dell’anima

A Napoli, la parola “calore” non è mai un dato neutro sulla colonnina di mercurio: è uno stato d’animo, un assedio. E quando l’afa si fa insopportabile, il napoletano invoca una sola cosa: ‘a rinfrescata.

Ma cos’è, davvero, una rinfrescata? Nel linguaggio quotidiano è quel temporale improvviso che “rompe” l’afa, o quella doccia veloce (‘na rinfrescata e via!) che ti rimette al mondo. Col tempo, abbiamo prestato il termine a tutto: rinfreschiamo le pareti di casa con una mano di bianco, o rinfreschiamo la memoria su un libro dimenticato; c’è perfino la rinfrescata dei naviganti, quando il vento rinforza e gonfia le vele. Eppure, per capire il significato più profondo di questo termine, dobbiamo scendere sottoterra, nel ventre di Napoli.

Il refrigerio delle Anime Pezzentelle

La rinfrescata più autentica e viscerale è quella che i vivi offrono ai morti: il refrisco.

Dobbiamo tornare al 1600, in piena Controriforma, quando la Chiesa istituì il culto delle anime del Purgatorio per legare i due mondi attraverso la preghiera. Ma il popolo napoletano, si sa, non ama le formalità distanti. La “pietas” popolare decise di andare oltre le messe ufficiali: si prese cura di chi non aveva nessuno.

Nacque così, nell’Ipogeo della seicentesca Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, il culto delle “anime pezzentelle” (dal latino petere, chiedere per ottenere). Erano le anime anonime, abbandonate nelle fosse comuni dopo una peste o una guerra. Il napoletano “adottava” un teschio (una capuzzella), lo puliva, lo accudiva in una nicchia — lo scarabattolo (dallo spagnolo escaparate) — e in cambio di preghiere chiedeva una grazia.

“Requie, repuoso, refrische…”

Cosa chiedeva l’anima al vivo? Il refrisco, il refrigerio dalle fiamme del Purgatorio. Non era solo una preghiera, era un atto d’amore fresco come l’acqua. Ancora oggi, in quell’ipogeo che resistette perfino ai divieti del Cardinale Ursi nel 1969, si sente il mormorio di un dialogo che non si interrompe mai.

Attraverso le grate che collegano la strada al sottosuolo, le voci dei passanti scendono tra le ombre, portando fiori, lumini e invocazioni. È una litania che tocca il cuore, una richiesta di consolazione per chi ha sofferto: “Requie, repuoso, refrische, cunzolo…” Si prega per tutti: per chi è morto di solitudine e per casi specifici rimasti nel mito, come la povera Nanninella, “ca murette sgravanno” (morta di parto). La preghiera si chiude con versi che sembrano gocce d’acqua sulle fiamme:

“Pe tre chiove trapassate, refrische e sullievo a chell’aneme sante appestate… Gesù mio misericordia; P’ ‘e lacreme ‘e Mamma Addulurata, Refrische all’aneme de l’appestate.”

Conclusione

Che sia un temporale estivo che lava le strade del porto, o una preghiera sussurrata davanti a un teschio anonimo, la rinfrescata a Napoli è un atto di pietà. È il modo in cui questa città si prende cura di chi brucia — che sia per il sole di luglio o per le pene dell’al di là. Perché a Napoli nessuno, nemmeno un’anima dimenticata, deve restare senza il suo momento di refrisco.

Fonti

  • R. De Simone, Il segno di Virgilio, per l’analisi dei culti ipogei e della religiosità popolare napoletana.

  • F. Niola, Il Purgatorio a Napoli, per lo studio del Complesso di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco.

  • M. Niola, Antropologia delle anime pezzentelle, saggi sul legame tra vivi e defunti nella cultura mediterranea.

  • Archivio Diocesano di Napoli, documenti relativi al divieto del culto del 1969.

  • Pagina Facebook “Etimologia delle parole napoletane” di Gabriella Cundari

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