‘A ‘nu suòvero peluso nun se po’ avè ‘na fica truiana

Ad litteram: “Da un albero di corbezzoli peloso non si può ottenere un fico troiano“.

Hai voglia di pretendere la luna da uno spicchio d’arancia: se semini corbezzoli, non raccoglierai fichi. È tutto qui, semplice e schietto come solo i proverbi napoletani sanno essere. Ma nel cuore di questa frase, apparentemente agricola, c’è una filosofia di vita profonda e… decisamente saporita.

Il suovero peluso (sorbo peloso), frutto rustico e poco generoso, simboleggia chi — per natura o per limiti — non può offrire più di ciò che ha. Non è cattiveria, è biologia: non puoi spremere cultura da un ignorante né fedeltà da un traditore seriale. La fica truiana ((Ficus Carica), invece, è il massimo del pregio: un frutto antico, nobile, carico di dolcezza e memoria contadina; un tempo nutriva braccianti e soldati, oggi sopravvive in qualche orto nostalgico ai piedi del Vesuvio.

Napoli lo sa: il mondo è variegato, e aspettarsi il meglio da chi non può darlo è solo fonte di delusione. Il proverbio ci invita a guardare le cose (e le persone) per ciò che sono, senza sovrastimarne le doti. È una lezione di sano disincanto, che non nega la speranza ma la ancora alla realtà.

E poi diciamolo: la scelta del fico troiano non è casuale. Dietro il sapore dolce, c’è un richiamo ancestrale alla storia della Campania Felix, quando il fico era re della tavola e dell’economia. Oggi è quasi scomparso, ma nel proverbio sopravvive come simbolo di eccellenza, quasi come un riferimento nostalgico al “come si stava bene quando si stava a fichi”.

Il detto va usato quando qualcuno pretende miracoli da chi ha sempre fatto il minimo sindacale, oppure quando ci si accorge — con un po’ d’amaro — che certe aspettative erano fuori scala.
In ufficio, in famiglia, in politica: questo proverbio è il coltellino svizzero del disincanto napoletano.

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