Appendere i ferri a Sant’Eligio: un modo di dire che a Napoli non ha nulla a che vedere con Sant’Ignazio di Loyola, come spesso qualcuno potrebbe pensare; l’Aloja del proverbio, infatti, è tutt’altro santo: Sant’Eligio, protettore dei maniscalchi, dei fabbri e dei cavalli.
Anticamente, quando un cavallo arrivava allo stremo della sua carriera, ma “godersi” la pensione era purtroppo un eufemismo, perché la fine prevedeva quasi sempre il macello, i cocchieri di piazza solevano recarsi alla basilica di Sant’Eligio, nei pressi di piazza Mercato. Qui, in segno di commiato e di cessazione del lavoro, appendevano i ferri del loro cavallo: un po’ come oggi, quando si consegnano targa e libretto per la rottamazione di un’automobile.
Da questo gesto nasce il significato dell’espressione: ritirarsi dal lavoro per sopraggiunti limiti di età, chiudere una lunga attività.
Un sogno che molti di noi hanno accarezzato, quando la pensione sembrava un traguardo naturale e meritato, prima che leggi come la Fornero trasformassero quella meta in un orizzonte sempre più lontano.
E allora, come i vecchi cocchieri, anche noi vorremmo “appennere ’e fierre a Sant’Aloja”: lasciare gli affanni, riposarci, goderci il tempo che resta.
E invece no.
Siamo costretti ad assistere, giorno dopo giorno, a una scena rovesciata: le sciabole appese e i foderi in battaglia (1).
I giovani — quelli pochi e fortunati entrati nel mondo del lavoro — restano spesso in panchina, mentre chi è avanti negli anni continua a combattere sul campo, rattoppando anche i danni causati da un certo… fuoco amico.
Ma su questa verità, purtroppo fin troppo attuale, ci sarà modo di ritornare ancora, perché le parole, come i ferri del cavallo, sanno appendersi alla storia… e qualche volta far più rumore di un nitrito.
(1) Mi riferisco al proverbio “‘E fodere cumbatteno e ‘e scabbiole stanne appese“


