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Nella complessa architettura della fraseologia partenopea, esistono espressioni che a un orecchio non meridionale potrebbero apparire tragicamente identiche, quasi fossero sinonimi nati da una medesima radice viscerale. È il caso di due locuzioni di uso comune, suggerite dalle riflessioni e dai quesiti sollevati dal mondo dei lettori più attenti: tené ’ncanna e ppurtà ’ncanna. Un traduttore distratto o un interprete digiuno delle sfumature psicologiche del napoletano liquiderebbe entrambe le formule traducendole con un generico “avere alla gola”. Si tratterebbe, tuttavia, di un errore prospettico imperdonabile. Dietro l’apparente uguaglianza del riferimento anatomico alla canna della gola, si nascondono due visioni del mondo non solo distinte, ma radicalmente antitetiche. La lingua napoletana dimostra qui la sua straordinaria capacità di utilizzare lo stesso scenario corporeo per mettere in scena due sentimenti opposti: da un lato l’oppressione subita e dall’altro la devozione spontanea.
Entrando nel cuore della struttura verbale, la prima locuzione, tené ’ncanna, si fonda sull’azione del tenere inteso come un serrare, uno stringere, un trattenere con la forza. Attraverso questa formula, l’idioma evoca un’esperienza profondamente sgradevole, quasi claustrofobica. Fare riferimento a qualcuno o qualcosa che si tiene ’ncanna significa descrivere una situazione subita, un peso intollerabile che stringe la gola come farebbe una corda tesa o un cappio invisibile. È l’immagine plastica del tedio, del fastidio che toglie il respiro e della costrizione da cui si vorrebbe disperatamente fuggire. Si tiene in canna un debito asfissiante, un impegno gravoso o una persona la cui vicinanza è diventata un’imposizione che mozza il fiato.
Il monile dell’anima e il trionfo del piacere
Al contrario, basta sostituire il verbo del possesso con il verbo del movimento per ribaltare l’intero universo semantico: nasce così purtà ’ncanna. In questo caso, il portare non evoca la fatica del fardello, ma l’orgoglio del sorreggere, del sostenere e del mostrare con gioia. Questa seconda espressione connota un’azione intimamente gradevole, un sentimento non semplicemente tollerato, ma attivamente cercato, voluto e custodito con profonda gratitudine. Chi porta ’ncanna qualcosa o qualcuno non si sente affatto oppresso; al contrario, sperimenta il piacere puro di avere quel pensiero o quel legame figuratamente sospeso al collo, adagiato sulla gola a mo’ di prezioso monile o di collana finissima.
È la distanza siderale che separa il tormento dal diletto. Mentre la prima formula descrive una schiavitù emotiva o materiale, la seconda si trasforma in un atto d’amore e di orgogliosa ostentazione. Si porta in canna il ricordo di un momento perfetto, l’affetto per un figlio o il legame indissolubile con una persona cara, trasformando la gola da luogo del soffocamento a palcoscenico della bellezza e della protezione. Questo contrasto perfetto ci ricorda che il napoletano non è una parlata bidimensionale: è un idioma plastico, capace di muoversi millimetricamente tra i sentimenti umani, usando la carne e il corpo per dare voce alle sfumature più invisibili e profonde dell’esistenza.


