Chi nun po’ véncere, ha dda cercà d’appattà

Foto di SCY da Pixabay

Ad litteram: “Chi non può vincere, deve cercare di impattare”.

C’è un proverbio, nella saggezza napoletana, che suona come una carezza data a chi ha perso, ma anche come un richiamo all’intelligenza di chi sa leggere la realtà per quella che è: Chi nun po’ véncere, ha dda cercà d’appattà”.

Non sempre si può vincere eon sempre si può avere tutto, ma non per questo si deve per forza perdere.
A Napoli, la sconfitta è un concetto relativo: esiste, certo, ma non è mai definitiva.
E soprattutto, c’è sempre spazio per una terza via: quella del pareggio, del compromesso, dell’accordo che salva la faccia e un po’ anche l’onore.

Questo proverbio nasce nei vicoli, nei mercati, nei cortili dove le decisioni si prendono più con l’intuito che con la forza. Lì, tra una discussione e una stretta di mano, si impara che il pareggio, quando non si può vincere, è la forma più alta di diplomazia popolare, è l’arte di non soccombere.

In fondo, questo detto riflette uno dei tratti più profondi del carattere napoletano: l’adattabilità. Non come rinuncia, ma come abilità di trovare una soluzione quando le condizioni non sono favorevoli. È un invito a usare l’intelligenza, la parola, la capacità di mediazione, piuttosto che intestardirsi in una battaglia persa.
Pensiamoci: in quanti momenti della vita avremmo potuto evitare di perdere tutto, semplicemente accettando un pareggio? È una forma di saggezza che Napoli insegna da secoli, anche attraverso i giochi, le trattative di mercato, le relazioni umane.
Perché non è sempre necessario vincere per uscire a testa alta.

Chi cerca il compromesso quando non può prevalere, non è un codardo.
È uno che conosce il valore della pace, della stabilità, della sopravvivenza: in un mondo dove tutti vogliono vincere, pareggiare con dignità può essere il gesto più rivoluzionario.

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