Nato a Napoli il 22 febbraio 1927, figlio di un ferroviere e di una maestra, Enzo Striano incarna la figura dell’intellettuale impegnato che non cerca facili consensi. Cresciuto tra le riviste studentesche e le lezioni universitarie (si laureò con una tesi audace su Masaniello), Striano si è formato frequentando cenacoli d’eccezione, come quello in casa del matematico geniale Renato Caccioppoli.
L’impegno politico e il disincanto
Negli anni Cinquanta, la sua vita è segnata dalla passione civile: si iscrive al PCI e lavora nella redazione de l’Unità. Ma Striano è un uomo troppo libero per le rigide logiche di partito.
I fatti d’Ungheria e le dinamiche interne lo portano a un amaro disincanto. Si allontana dal giornalismo politico militante per rifugiarsi nell’insegnamento di Italiano e Storia, dove diventa un punto di riferimento per intere generazioni di studenti, trasmettendo loro l’amore per la libertà di pensiero.
“Il resto di niente”: il capolavoro incompreso (all’inizio)
Striano scrive molto negli anni Settanta (I giochi degli eroi, Il delizioso giardino), ma è negli anni Ottanta che completa il suo monumento letterario: Il resto di niente. È la storia di Eleonora de Fonseca Pimentel e della Rivoluzione Napoletana del 1799. Striano dipinge una Napoli aristocratica e plebea, colta e feroce, sospesa tra il sogno di una Repubblica ideale e la realtà di un popolo che non la comprende.
L’opera è così densa e profonda che la grande editoria inizialmente la snobba: viene pubblicata solo nel 1986 da una piccola casa editrice. Striano muore l’anno successivo, a soli 60 anni, senza poter assistere alla “resurrezione” del suo libro, che negli anni Novanta diventerà un caso letterario mondiale e un film di grande successo.
“Che resta di tutto questo sangue, di questi sogni? Il resto di niente.”
Enzo Striano ha saputo raccontare la tragedia della classe dirigente napoletana: colta e illuminata, ma drammaticamente distante dal popolo. Con il suo stile asciutto e malinconico, Striano ha tolto la polvere dalla storia del 1799, rendendola una ferita ancora aperta e attuale. È grazie a lui se oggi Eleonora de Fonseca Pimentel non è solo un nome su una targa stradale, ma un simbolo di coraggio civile.
Fonti
Wikipedia.org


