Il colore dei vestiti che indossiamo ha sempre raccontato storie di status, mestieri o reputazione, ma nella lingua napoletana una sfumatura cromatica ben precisa è diventata il simbolo universale dell’inaffidabilità. Si tratta dell’antico modo di dire: Essere ’e tenta carmusina (Essere di tinta cremisi o carminio).
Sentirsi etichettare con questa espressione non è affatto un complimento sulla vivacità del proprio guardaroba: al contrario, significa essere definiti persone volubili, ambigue, soggetti di malaffare da cui è preferibile tenersi alla larga. Come spesso accade nei vicoli, questa sentenza affonda le sue radici su due binari paralleli: uno squisitamente artigianale e uno storico-sociale che ci riporta indietro di millenni.
Il primo motivo che rende la tenta carmusina sinonimo di doppiezza è legato all’antica arte della tintoria popolare.
Un tempo, il color cremisi veniva ottenuto attraverso metodi artigianali del tutto empirici: il risultato iniziale era una splendida e accesa tonalità rossiccia che però nascondeva un grande difetto: era di scarsissima consistenza.
Bastavano pochi lavaggi, un po’ di sudore o l’esposizione prolungata ai raggi del sole perché quel rosso fiammante sbiadisse, mutando colore e rivelando la sua natura posticcia. Definire qualcuno “di tinta cremisi” significava quindi paragonarlo a quella stoffa ingannevole: splendido all’apparenza, ma pronto a mostrare la sua vera, misera natura alla prima difficoltà o con il passare del tempo.
La seconda valenza, decisamente più graffiante e spietata, si ricollega invece ai costumi stradali dell’antica Roma. Temporibus illis, le cortigiane e le prostitute avevano l’obbligo, o la radicata consuetudine, di farsi riconoscere tra la folla attraverso dettagli inequivocabili: amavano vestirsi con sgargianti tuniche rosse, truccarsi pesantemente il viso con il carminio e indossare vistose e provocanti parrucche fulve.
Nel corso dei secoli, la memoria di questo “codice d’abbigliamento” è rimasta impressa nel DNA della lingua. Associando il cremisi all’universo del lenocinio e del commercio dei corpi, l’espressione è diventata per traslato il marchio impresso su tutte le persone ritenute sfacciate, immorali o dedite a sotterfugi e imbrogli.
Che si tratti di un tessuto che sbiadisce al primo acquazzone o del ricordo di una parrucca sgargiante nei sobborghi dell’impero, la morale della favola non cambia. Chi è ’tenta carmusina non possiede un colore stabile: promette una fedeltà splendente ma è pronto a cambiare sfumatura non appena gli fa comodo, ricordandoci che a Napoli, prima di fidarsi di un bell’abito rosso, conviene sempre testarne la tenuta al lavaggio della vita quotidiana.


