Nato a Melito di Napoli l’8 novembre 1958, Salvatore Capozzi, che tutti conoscono come Franco Moreno, è uno dei protagonisti indiscussi della scena neomelodica napoletana; ottavo di nove figli di Domenico Capozzi e Maddalena Ciletti, cresce in una famiglia numerosa dove la musica scorre come linfa vitale: non a caso, alcuni dei suoi fratelli, come Lino Capozzi, intraprendono anch’essi la strada del canto.
Il debutto arriva nel 1978 con un 45 giri dal titolo ’O buono giovane / Me sto scurdanno ’e te, inciso con lo pseudonimo di “Salvatore Trevi”; poco dopo sceglie il nome d’arte che lo renderà celebre: Franco Moreno. La sua voce, intensa e vibrante, diventa lo strumento per raccontare le passioni e i dolori della gente comune, in perfetta sintonia con l’anima di Napoli.
Negli anni Ottanta e Novanta consolida la sua presenza con brani e sceneggiate di grande successo, tra cui ’O caporeparto e Mpazzuto ’e bbene, opere che fondono canto e teatro in un unico linguaggio popolare.
Il suo stile è diretto, a volte ruvido, ma autentico: canta l’amore, la gelosia, le difficoltà della vita quotidiana, trasformando esperienze collettive in melodie che restano nella memoria.
Nel 1991 appare in televisione al programma Napoli prima e dopo, eseguendo il classico Silenzio cantatore di Bovio e Lama: è la prova che Franco Moreno sa muoversi tra il repertorio tradizionale e quello moderno, mantenendo sempre saldo il legame con la cultura musicale partenopea.
Non mancano le collaborazioni con altri artisti del panorama neomelodico, ma anche progetti in cui la sua voce dialoga con quella di interpreti più legati alla tradizione classica. Un esempio è l’album Il capitano e il marinaio (2008), inciso insieme a Mario Trevi, con cui condivide non i legami di sangue, ma la passione per la musica e il teatro.
Oggi Franco Moreno è riconosciuto come un interprete autentico, un “cantastorie” moderno. La sua voce continua a raccontare Napoli con sincerità, senza edulcorazioni: una città fatta di contrasti, di amore e dolore, di orgoglio e nostalgia. È questa la sua forza, la capacità di farsi specchio del popolo e, al tempo stesso, custode di una tradizione che non smette di rinnovarsi.


