Gli Squallor: quando Napoli insegnò all’Italia a ridere (e a scandalizzarsi)

C’era un’Italia che prendeva tutto terribilmente sul serio; erano gli anni Settanta: la politica, le piazze, i cantautori impegnati, ma in una stanza piena di fumo a Milano, quattro uomini risero fino alle lacrime e dalla loro risata nacque un progetto che non avrebbe mai dovuto esistere sul serio, e invece divenne leggenda: gli Squallor.

La formazione era atipica, quasi clandestina: Alfredo Cerruti, napoletano dalla voce tuonante, produttore e autore televisivo; Totò Savio, anche lui napoletano, musicista sopraffino, già autore di successi pop; Daniele Pace, genio dei testi; Giancarlo Bigazzi, paroliere e compositore tra i più influenti; a loro si aggiunse all’inizio Elio Gariboldi, poi defilatosi.
Nessuno di loro aveva bisogno degli Squallor per “fare carriera”: erano già professionisti affermati, ma insieme trovarono una libertà assoluta, un gioco che divenne satira feroce.

Il primo 45 giri, 38 luglio / Raccontala giusta (1971), conteneva già l’essenza: nonsense, parodia, volgarità sfrontata, musica che faceva da tela a un teatro dell’assurdo; i brani non passavano in radio, non li voleva la televisione: troppo sporchi, troppo scomodi eppure le cassette giravano ovunque, di mano in mano, nelle autoradio, nei circoli privati.
Era un successo clandestino, e proprio per questo ancora più irresistibile.

I due napoletani che fecero la differenza

Per Napoli, gli Squallor furono un motivo di orgoglio e scandalo insieme; due dei quattro fondatori venivano infatti dalla città: Totò Savio e Alfredo Cerruti.

Savio era la spina dorsale musicale: chitarrista, arrangiatore, compositore, aveva la capacità di dare una forma alle follie degli altri: melodie volutamente stucchevoli, ritmi pop, orchestrazioni che facevano da cornice a testi demenziali; senza di lui, gli Squallor sarebbero stati solo un gruppo di amici che urlavano parolacce che con lui diventarono canzoni.

Cerruti era la voce narrante, il marchio di fabbrica; quel suo tono napoletano, gonfio e teatrale, dava dignità e paradosso alle oscenità: sembrava un predicatore che, invece di moralizzare, sprofondava nell’osceno.
Era un genio della comunicazione: autore televisivo, uomo di media, creatore di linguaggi, negli Squallor trovò il terreno per abbattere ogni tabù.

La loro “napoletanità” non era folklore, ma sostanza: la capacità di ridere delle miserie, di rendere la bestemmia una poesia e il paradosso una filosofia; il dialetto e l’accento di Cerruti, le armonie melodiche di Savio: due anime partenopee che diedero corpo e voce a un fenomeno nazionale.

Dalla clandestinità al culto

Gli anni Settanta e Ottanta furono il periodo d’oro: album dai titoli provocatori, testi che parodiavano politica, religione, sesso, televisione, vita quotidiana; brani come CornutoneArrapaho (1984, con tanto di film surreale) e Cambiamento (1994, ultimo disco di inediti) segnarono tappe di una carriera mai “ufficiale” ma sempre viva.

La morte di Daniele Pace nel 1985 lasciò un vuoto enorme, ma gli Squallor continuarono, più amari e più folli.
E mentre i critici li bollavano come “volgari”, il pubblico li trasformava in culto; non facevano tour, non apparivano in tv, non concedevano interviste come band: eppure, la loro leggenda cresceva proprio nel silenzio e nel mistero.

Napoli e gli Squallor: tra scandalo e orgoglio

A Napoli, la voce di Cerruti e le musiche di Savio risuonavano come un codice segreto; le cassette giravano di nascosto, le risate esplodevano nei vicoli, nei motorini, nelle case dove “quelle cose” non si sarebbero dovute ascoltare. Per qualcuno erano solo oscenità; per altri, uno specchio della vita reale, fatta di ipocrisie da smascherare.
Ancora oggi, la città li ricorda con mostre, eventi, omaggi e c’è chi sostiene che senza la “scuola di cinismo” degli Squallor, parte della comicità e della musica demenziale italiana non sarebbe mai esistita.

Eredità

Totò Savio è morto nel 2004, Alfredo Cerruti nel 2020: due napoletani che, con il loro talento, hanno insegnato all’Italia a ridere e a scandalizzarsi nello stesso momento; gli Squallor restano un’esperienza unica: non un gruppo musicale in senso classico, ma una lente deformante puntata sulla società italiana, un gioco nato per ridere che, mezzo secolo dopo, continua a raccontarci verità scomode.

E forse è proprio questo il segreto: trasformare la volgarità in arte, la risata in resistenza, l’osceno in specchio.

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