Il “sacco” di Partenope: quando la modernità divenne una ruspa

Nei miei scritti torno spesso a riflettere sul concetto di Risanamento, un tema che attraversa come una cicatrice molti dei racconti dedicati a “Le Strade di Napoli”. È un argomento inevitabile quando si scava nella memoria della nostra città, poiché rappresenta il momento in cui il volto di Napoli è stato riscritto per sempre; esiste infatti una storia che la storiografia ufficiale, spesso arruolata nel percorso politico specialmente dopo gli anni Venti, ha preferito avvolgere nel silenzio: la cronaca di un progetto che, tra trasformazioni necessarie e distruzioni imperdonabili, ha sventrato l’anima dei quartieri storici.

In questa analisi mi è venuto in aiuto un interessante lavoro di Silvana D’Andrea, (Napoli prima di Napoli), che provo a riassumere.

Tutto ebbe inizio con le epidemie coleriche che misero in ginocchio la città tra il 1884 e il 1888, rendendo urgente la bonifica di aree degradate e prive di infrastrutture igieniche; tuttavia, quella che doveva essere un’opera di pubblica utilità si trasformò rapidamente in una colossale speculazione edilizia privata guidata da una società romana.

La società incaricata fu la “Società per il Risanamento di Napoli”, costituita a Roma nel 1885, creata per attuare gli interventi previsti dalla legge speciale per Napoli dopo l’epidemia di colera del 1884. Formalmente nata con finalità igienico-sanitarie e di riqualificazione urbana, operò soprattutto attraverso grandi demolizioni e nuove edificazioni, divenendo protagonista della trasformazione del centro storico e, al tempo stesso, di una vasta operazione speculativa.

La classe dirigente dell’epoca, rifiutando una visione di sviluppo industriale o commerciale, scelse di puntare tutto sulla rendita fondiaria, vedendo nell’abbattimento dei quartieri “bassi” l’occasione perfetta per lucrare sui suoli.

Il prezzo culturale di questa operazione fu esorbitante, complice una sezione di Architettura composta da “scienziati, artisti e letterati” che arrivò a definire il Castel dell’Ovo un “rudere che non aveva più ragione di essere in piedi”, un destino fortunatamente evitato grazie al fatto che il Comune non mise in atto tale ridicolo giudizio.

La “ruspa demolitrice” non ebbe però pietà altrove: solo tra Monteoliveto e la Ferrovia furono abbattuti 537 isolati di case e 57 fondaci, cancellando per sempre 63 chiese e cappelle, per lo più di età medievale; tra i tesori perduti si ricordano la Chiesa dei Meschini agli Orefici e Santa Maria di Monserrato vicino al Porto.

La Chiesa dei Meschini agli Orefici, documentata già nel XII secolo come Santa Maria degli Afflitti, sorgeva nel cuore del Borgo degli Orefici. Il nome derivava dal fondatore, Sergio Muschino, poi storpiato in “Meschini”. Più volte restaurata tra Medioevo ed età moderna, ospitò una confraternita caritatevole ed ebbe un altare maggiore pregevole. Fu demolita alla fine dell’Ottocento durante il Risanamento, insieme a molti edifici storici del quartiere, cancellando una significativa testimonianza della devozione e della vita associativa della Napoli antica.

La Chiesa di Santa Maria di Monserrato, situata anticamente nei pressi del Porto, rappresenta una delle perdite più significative causate dal piano di Risanamento. Nonostante il valore storico degli edifici di culto dell’area, spesso di età medievale, questa chiesa fu inclusa nel gruppo delle 63 cappelle e parrocchie destinate alla demolizione totale.
La commissione comunale si limitò a disporre il trasferimento di statue, dipinti e sepolcri nel Museo di Donnaregina, permettendo che la struttura venisse abbattuta per far posto ai nuovi isolati.

Nel quartiere San Lorenzo, la furia edilizia travolse persino le tracce dell’antico teatro romano, di cui oggi resta solo un arco in laterizi all’Anticaglia a testimoniare ciò che è stato inghiottito dal tempo.a il vero dramma si consumò sulla pelle dei cittadini, calpestando ogni remora etico-sociale.

Il Risanamento “sradicò” circa 87.500 abitanti, gettando sul lastrico migliaia di famiglie; mentre la cortina dei grandi palazzi borghesi sorgeva per dare un volto moderno e decoroso alla città, essa serviva in realtà a nascondere l’accresciuta miseria e l’abbandono del popolo napoletano.
I più fortunati furono spinti verso le periferie, mentre gli altri finirono ammassati nei vicoli superstiti o addirittura nelle grotte sul pendio del monte Echia.

Napoli perse così non solo le sue pietre secolari, ma quel delicato equilibrio di un’artisticità diffusa che rendeva l’ambiente antico un unicum inscindibile.

Fonte

Silvana D’Andrea, Napoli prima di Napoli.

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