Una banda di americani con nomi che sembrano usciti da un fumetto, un piano ardito per rubare il tesoro più sacro della città e, nel mezzo, una folla di volti, vicoli e contraddizioni che rendono Napoli, semplicemente, Napoli. Questo è il cuore pulsante di Operazione San Gennaro, il capolavoro del 1966 diretto da Dino Risi, che ha fissato su pellicola l’essenza della città, trasformando un furto sacrilego in una commedia dell’arte moderna.
La trama è nota: tre ladri americani. Jack (Harry Guardino), Maggie (Senta Berger) e Frank (Ralph Wolter), arrivano a Napoli con l’obiettivo di rubare il Tesoro di San Gennaro, custodito nel Duomo, ma a Napoli, ogni piano, anche il più blasfemo, deve confrontarsi con una realtà unica: qui, la logica lascia spazio al Fato, l’efficienza anglosassone si scontra con l’arte di arrangiarsi, e la criminalità stessa è avvolta in un mantello di folclore e devozione.
La banda americana si affida a Armando Girasole, detto Dudù, l’indimenticabile Nino Manfredi; Dudù, il protagonista del film, è il prototipo dell’eroe napoletano: pieno di smorfie, astuto, superstizioso e un maestro nell’arte di “campare” con grazia e fantasia. Pur essendo il vero esecutore e coordinatore del colpo, sa che un furto di tale portata richiede il benestare della massima autorità. Dudù deve quindi chiedere il permesso a Don Vincenzo, il Fenomeno, interpretato da un magnifico Totò alla sua ultima grande performance al cinema.
Don Vincenzo non è solo un capo malavitoso; è un filosofo del sottobosco, un garante delle antiche regole, che ricorda agli stranieri che la gerarchia criminale napoletana e il rispetto sono monete più preziose dei diamanti.

Dudù, nei panni del mediatore culturale tra l’algida razionalità americana e il caos creativo della città, è l’uomo che deve interpellare il Santo in chiesa, recandosi con Sciascillo (Mario Adorf) ed altri componenti della banda di fronte alla statua per chiedere il via libera al furto attraverso l’interpretazione dei segni.

Il furto, inoltre, deve avvenire in un lasso di tempo preciso, prima che si concluda l’appuntamento mondano e musicale più atteso: il Festival della Canzone Napoletana.
Il film, con umorismo affilato, mette in risalto la profonda e quasi schizofrenica napoletanità: il culto del patrono non è un’entità distante, ma un protettore con cui si discute e si mercanteggia, il furto del Tesoro è percepito dalla gente come un affronto personale.
Le riprese ci portano nel cuore della Napoli antica, tra mercati chiassosi, bassi affollati e inseguimenti girati tra panni stesi e ignari passanti; la macchina da presa si innamora della spontaneità, del rumore e della teatralità del popolo, sottolineando come i ladri napoletani siano capaci di tradimenti esilaranti quanto di atti di inaspettata generosità.
Quando il piano fallisce, e in un film sulla Napoli del fato, non poteva che fallire, il Tesoro torna al suo posto per vie rocambolesche, confermando la verità eterna: a Napoli, l’ordine è un concetto relativo e la Provvidenza ha sempre l’ultima parola.
Operazione San Gennaro non è solo una commedia brillante; è una dichiarazione d’amore alla città che non si piega alle regole, ma le riscrive ogni mattina; un inno alla napoletanità indomita, che sotto la cenere dei problemi nasconde un fuoco sacro di allegria, cinismo e una fede capace di muovere montagne… o di far fallire un colpo perfetto.
Il film ci dice che a Napoli si vive, si ruba, si prega e si ride, sempre e comunque, in un modo che nessun americano potrà mai davvero capire.
Fonti
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