Per secoli abbiamo raccontato la nascita di Napoli partendo dalla leggenda della sirena Partenope e dalla fondazione di Neapolis, la “città nuova” dei Greci. Ma le più recenti ricerche archeologiche e la rilettura delle fonti antiche propongono una prospettiva diversa, molto più articolata e affascinante: Napoli non nasce semplicemente come una colonia greca, ma è il risultato di un lungo processo storico che vede in Cuma la vera matrice della sua identità culturale.
È questa la tesi sviluppata dall’archeologa Giovanna Greco, secondo cui per comprendere davvero le origini della città bisogna guardare all’intero golfo di Napoli, che nell’antichità era conosciuto come golfo cumano, e al sistema di relazioni che i Greci dell’Eubea costruirono lungo le coste tirreniche tra l’VIII e il VII secolo avanti Cristo.
Il Mediterraneo come luogo d’incontro
Molto prima della nascita di Napoli, il Mediterraneo era già un’immensa rete di scambi. Navi, uomini, idee e merci percorrevano continuamente le sue rotte, mettendo in contatto popoli diversi. La cosiddetta “colonizzazione greca” non fu soltanto un’espansione territoriale, ma soprattutto un fenomeno di migrazione, commercio e contaminazione culturale.
I miti conservano il ricordo di questi grandi viaggi. Le imprese di Giasone, di Eracle, di Odisseo e di Enea raccontano simbolicamente l’incontro fra Oriente e Occidente, la ricerca di nuove terre e la costruzione di nuove identità. I Campi Flegrei e il golfo di Napoli diventano così il teatro privilegiato di queste narrazioni, dove realtà storica e tradizione mitologica finiscono per sovrapporsi.
L’Averno, la Sibilla Cumana, le Sirene e i racconti dell’Odissea non sono soltanto elementi leggendari: rappresentano il modo con cui gli antichi interpretarono un territorio che, già allora, era crocevia di culture.
La prima porta della Magna Grecia
La storia documentata comincia nell’VIII secolo a.C., quando gruppi provenienti dall’isola greca dell’Eubea raggiungono Pithekoussai, l’attuale Ischia.
L’isola non era affatto disabitata. Vi vivevano già comunità indigene che entrarono rapidamente in contatto con i nuovi arrivati. Da questo incontro nacque una società vivace, aperta ai commerci con Fenici, Etruschi e altre popolazioni mediterranee.
Pithekoussai divenne ben presto uno dei principali centri economici del Mediterraneo occidentale. Qui si lavoravano ferro, bronzo e metalli preziosi; qui arrivavano merci provenienti da tutto il mondo conosciuto; qui si diffusero nuove tecnologie, nuove forme artistiche e persino la scrittura alfabetica.
Emblema di questa stagione è la celebre Coppa di Nestore, sulla quale compare una delle più antiche iscrizioni in lingua greca mai rinvenute in Occidente. È un piccolo oggetto che racconta un’enorme rivoluzione culturale: con i Greci arrivano non soltanto nuove merci, ma anche la letteratura, i poemi omerici e una diversa concezione della memoria storica.
Cuma, la madre di Napoli
Quando la presenza greca a Ischia si consolida, gli Eubei decidono di fondare una nuova città sulla terraferma: Cuma. Non si tratta di una scelta casuale. L’insediamento permette di controllare gli approdi naturali del golfo e le principali rotte commerciali del Tirreno. Nasce così quella che viene considerata la più antica colonia greca dell’Italia continentale.
Gli scavi archeologici dimostrano che, almeno nelle prime fasi, Greci e popolazioni indigene convivono, commerciano e condividono parte delle rispettive culture. Solo successivamente Cuma diventa una grande potenza territoriale, estendendo progressivamente la propria influenza su gran parte della fascia costiera campana.
Sotto la guida del tiranno Aristodemo la città conosce una straordinaria crescita urbanistica. Vengono costruite mura monumentali, opere idrauliche, edifici pubblici e grandi santuari. Cuma controlla ormai un territorio vastissimo che si estende fino a Punta della Campanella e domina quello che gli antichi chiamavano appunto golfo cumano.
La nascita di Partenope
L’espansione cumana porta inevitabilmente alla fondazione di un nuovo insediamento destinato a controllare un altro importante approdo naturale: Partenope.
La tradizione attribuisce il nome alla sirena il cui corpo sarebbe approdato sulle coste dell’attuale Napoli. Dietro la leggenda, però, si nasconde una precisa strategia politica e commerciale.
Le recenti scoperte archeologiche effettuate durante i lavori della metropolitana hanno confermato che il promontorio di Pizzofalcone era già abitato da una comunità greca tra la fine dell’VIII e gli inizi del VII secolo a.C., insieme a popolazioni indigene e fenicie. Partenope rappresentava dunque un avamposto marittimo perfettamente inserito nel sistema di controllo territoriale costruito da Cuma.
Da Partenope a Neapolis
Secondo le fonti antiche, Partenope sarebbe stata in seguito distrutta dagli stessi Cumani e rifondata con il nome di Neapolis, la “città nuova”.
L’archeologia moderna racconta però una storia meno traumatica. Gli scavi degli ultimi decenni mostrano una sostanziale continuità tra i due insediamenti. Più che una distruzione, si assiste a una trasformazione urbana e politica che accompagna la crescita di una città destinata a diventare il principale centro del golfo.
Neapolis nasce con un impianto urbanistico moderno per l’epoca: una rete regolare di strade ortogonali, possenti mura difensive e una rigorosa organizzazione degli spazi pubblici e religiosi.
Ancora oggi il centro storico di Napoli conserva, sorprendentemente, quell’antica struttura progettata oltre duemilaquattrocento anni fa.
Perché Napoli è una città cumana
Il contributo più originale dello studio di Giovanna Greco riguarda proprio questo aspetto: Napoli non eredita da Cuma soltanto uomini e territorio, ne eredita soprattutto l’identità. Le istituzioni politiche, l’organizzazione delle fratrie, la lingua, il sistema monetario, i culti religiosi e persino alcuni simboli cittadini mostrano una chiara continuità con la tradizione cumana.
Apollo, Demetra, i Dioscuri e gli altri culti fondamentali della Neapolis greca derivano direttamente dalla religione praticata a Cuma. Anche la celebre sirena Partenope, simbolo eterno della città, si inserisce in quel patrimonio di miti e tradizioni elaborato lungo le rotte percorse dai navigatori euboici.
Quando, nel V secolo a.C., i Sanniti conquistano Cuma, molti suoi abitanti si trasferiscono proprio a Neapolis, rafforzando ulteriormente questo legame culturale.
Da quel momento sarà Napoli, e non più Cuma, a dominare il golfo grazie al suo porto, ai commerci e alla capacità di integrare popolazioni diverse mantenendo però una forte identità ellenica.
Una lezione ancora attuale
Lo studio delle origini di Napoli racconta qualcosa che va ben oltre la storia antica; la città nasce dall’incontro fra popoli differenti. Greci, Italici, Fenici ed Etruschi contribuiscono tutti, in misura diversa, alla formazione di una comunità nuova, capace di conservare le proprie radici senza rinunciare al dialogo con l’altro.
È proprio questa capacità di integrare culture diverse che farà di Napoli una delle grandi città del Mediterraneo antico e, nei secoli successivi, una delle capitali culturali d’Europa.
Comprendere che Napoli è, prima ancora che “partenopea”, una città cumana, significa quindi riscoprire la profondità della sua storia. Una storia che non nasce da un singolo evento o da una leggenda, ma da un lungo processo di incontri, migrazioni, innovazioni e contaminazioni culturali.
Forse è proprio questa la sua più autentica eredità: essere stata, fin dalle origini, una città aperta al mare e al mondo.
Fonte
Greco, Giovanna, Napoli, città cumana: alle origini dell’identità culturale della Baia di Napoli, in antico golfo cumano, in La Baia di Napoli. Strategie integrate per la conservazione e la fruizione del paesaggio culturale, a cura di Aldo Aveta, Bianca Gioia Marino e Raffaele Amore, ArtstudioPaparo, Napoli, 2017, pp. 260-265.


