Napoli vista da Nietzsche e Dickens: due viaggiatori, due città

Ci sono città che si lasciano raccontare facilmente; Napoli no. Sembra fatta apposta per sfuggire alle definizioni e per contraddire chiunque provi a racchiuderla in un’immagine, in un giudizio o persino in una fotografia. È un luogo che sa apparire allo stesso tempo splendido e misero, luminoso e cupo, accogliente e ostile, antichissimo e continuamente nuovo.

Forse è proprio per questo che, nel corso dei secoli, ha esercitato un fascino particolare sui viaggiatori stranieri: se Goethe ne rimase quasi sopraffatto e Walter Benjamin la definì “porosa”, molti altri ne raccontarono la bellezza o la profonda miseria. Tra questi ultimi troviamo Charles Dickens che, nel 1845, attraversò la città con uno sguardo assai diverso da quello di Friedrich Nietzsche. Due uomini, due epoche, due sensibilità e, soprattutto, due Napoli.

Due filosofie del viaggio

Nietzsche arriva nel Mezzogiorno alla ricerca di qualcosa che non riesce più a trovare nel mondo da cui proviene: il Sud rappresenta per lui una possibilità di rinascita, una vera e propria fuga dalle rigidità del Nord, dalle convenzioni e da una razionalità troppo ordinata che sente ormai come una prigione.

Dickens, al contrario, vi giunge con l’occhio dello scrittore e dell’osservatore sociale: non cerca soltanto i monumenti e le bellezze artistiche, ma vuole guardare la gente, entrare nelle strade e osservarne la vita quotidiana, trovandovi un’umanità travolgente che descriverà con toni durissimi. È interessante accostare questi due sguardi perché, pur partendo da posizioni opposte, finiscono entrambi per raccontare una città che va ben oltre la semplice meta turistica.

Prediligendo l’aforisma come forma di scrittura per raccogliere un’intuizione e consegnarla al lettore nella sua forma originaria, Nietzsche affida anche la sua esperienza italiana ad appunti e frammenti. Per il filosofo, il viaggio verso il Sud coincide con la necessità personale di superare un limite e allontanarsi dal proprio passato.

In questo percorso, Napoli assume un significato intimo: quando ricorda la città, Nietzsche non parla soltanto del Vesuvio o del mare, ma delle sensazioni che quel paesaggio produce dentro di lui, come quella sera in cui, guardando il cielo sopra il golfo, provò la percezione improvvisa che fosse ancora possibile ricominciare a vivere. È una Napoli che entra nel corpo prima ancora che nella mente; il paesaggio meridionale diventa qualcosa che si respira sulla pelle attraverso l’aria, la temperatura e la luce.

La prospettiva di Nietzsche: il paesaggio e il cammino

Tra i luoghi che rimangono più profondamente nella memoria di Nietzsche c’è Posillipo. Il golfo visto dal promontorio incarna l’idea di una bellezza che non travolge immediatamente, ma si insinua lentamente nell’animo fino a impossessarsi del cuore.

In Umano, troppo umano, il filosofo riflette proprio su questo genere di fascino e, sebbene il riferimento esplicito alla vista di Posillipo al crepuscolo sia stato poi eliminato dalla versione definitiva, l’immagine rimane centrale nel suo pensiero. Da quella posizione la città si offre in una delle sue prospettive più ampie, regalando un panorama che per Nietzsche è una vera forma di liberazione. Nelle sue lettere parlerà con nostalgia di quella solitudine meridionale in cui gli sembrava di respirare più liberamente che altrove, giungendo a scrivere provocatoriamente nella Gaia scienza: “Costruite le vostre città sul Vesuvio”, un invito a non fuggire il rischio, ma ad attraversarlo.

A questa visione si lega strettamente l’atto del camminare. Convinto che i pensieri migliori nascano in movimento, Nietzsche vive il viaggio verso Sud come una “vita di passeggiate” in cui annotare idee mentre attraversa il paesaggio. Napoli, con la sua conformazione che obbliga continuamente a salire, scendere e svoltare, si presta perfettamente a questo approccio.

La città, del resto, non si esaurisce mai al primo sguardo: la si può dominare dall’alto come un’immensa scenografia affacciata sul mare, ma percorrendola emergono mille altre città sovrapposte fatte di vicoli, cortili, scale, chiese e mercati, oltre a una fitta trama sotterranea di cavità, acquedotti e catacombe.

La prospettiva di Dickens: la strada e la porosità

Molti anni dopo Nietzsche, Walter Benjamin troverà una parola straordinariamente efficace per descrivere l’architettura e la vita partenopea: “porosa”. A Napoli gli edifici e le persone si incontrano continuamente e gli spaces non sembrano mai completamente conclusi, lasciando il confine tra pubblico e privato estremamente sottile: una casa diventa bottega, un cortile si fa teatro, una strada si trasforma in salotto.

Ma oltre a essere porosa, la città è attraversata da una profonda stratificazione in cui la Napoli visibile e quella sotterranea convivono, così come le antiche credenze pagane s’intrecciano con la religiosità popolare e la razionalità sfuma nel magico.

Poi, nel febbraio del 1845, arriva Charles Dickens. A differenza di Nietzsche, lo scrittore inglese non cerca la liberazione personale, ma osserva la strada con l’occhio del cronista e vi trova la miseria.

Le sue pagine napoletane sono spietate: descrive mendicanti, lazzari e bambini in condizioni di estrema povertà, ritraendo una città sporca, rumorosa e segnata dal degrado. Pur con tutti i pregiudizi morali e le categorie sociali dell’epoca, il giudizio violentissimo di Dickens ci obbliga a ricordare che la Napoli del XIX secolo era anche una realtà segnata da enormi sofferenze.

Sintesi e significato: la città come evento

La differenza tra i due autori sta tutta nella prospettiva: Nietzsche guarda Napoli dal paesaggio ed è in cerca di rinascita; Dickens la guarda dalla strada e ne rimane scandalizzato.

Eppure entrambi colgono una verità autentica, perché la città è contemporaneamente il panorama di Posillipo e il vicolo del centro storico, il palazzo nobile e il basso affollato. Il problema nasce solo quando si pretende di isolare un singolo aspetto per considerarlo l’unico vero.

In fondo, Napoli è uno specchio che restituisce a ciascun viaggiatore ciò che è disposto a cercare, mostrandoci talvolta chi siamo e altre volte ciò che non vorremmo essere. Quando vi si fa ritorno, non si ritrova semplicemente la città che si era lasciata, ma si ritrova se stessi davanti a essa, compiendo un vero e proprio nostos omerico.

In questo senso, la felice intuizione di considerare Napoli come un “verbo intransitivo” ne racchiude la vera natura: non un oggetto che subisce passivamente la storia, ma un’azione viva che continua ad accadere ogni volta che qualcuno ne attraversa una strada, guarda il Vesuvio o respira l’aria del golfo.

Fonte

Testo di riferimento: Napoli tra F. Nietzsche e C. Dickens, documento allegato.

Il testo raccoglie e commenta riferimenti a Friedrich Nietzsche, Charles Dickens, Walter Benjamin, Goethe, Renato Fucini, Alexandre Dumas e altri autori, con bibliografia riportata nell’originale. Tra le opere citate figurano Umano, troppo umano, La gaia scienza, Al di là del bene e del male, Crepuscolo degli idoli, l’epistolario di Nietzsche, Pictures from Italy di Charles Dickens e Immagini di città di Walter Benjamin.
Per il soggiorno napoletano di Dickens, il documento indica il periodo del 10-26 febbraio 1845; la documentazione esterna conferma il soggiorno e l’interesse dello scrittore per la vita popolare e le strade della città.

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