’O ’ngignere d’ ‘o Vesuvio: la satira del parolaio all’ombra della tecnologia

Nella sconfinata mappa dei modi di dire partenopei, vi sono formule che non nascono da una saggezza contadina millenaria, ma dall’impatto che il progresso industriale e le grandi opere ingegneristiche ebbero sulla fantasia popolare. L’espressione ’o ’ngignere d’’o Vesuvio appartiene precisamente a questa categoria: una locuzione non eccessivamente datata, la cui genesi risale agli inizi del Novecento, ma che ancora oggi risuona sulla bocca dei napoletani d’antan come un insostituibile strumento di satira. Suggerita dalle curiosità del pubblico e dai lettori più attenti alle sfumature storiche, la formula viene utilizzata come un arguto sfottò, una canzonatura impietosa diretta verso tutti coloro che si arrampicano sugli specchi del ragionamento.

Rivolgersi a qualcuno definendolo l’ingegnere del Vesuvio significa bollarlo come un costruttore di discorsi bizzarri, ricercati, pretestuosi e inutilmente contorti. È la sferzante derisione del parolaio che arzigogola formule complicate e argomentazioni artificiose nel vano tentativo di dare un barlume di supporto a un’affermazione che, in realtà, si rivela del tutto priva di prove concrete. Per il popolo basso, la complessità ingegneristica non era un valore da celebrare nei salotti, ma il perfetto corrispettivo visivo di un discorso aggrovigliato che cercava di nascondere il vuoto dei fatti.

Dalla Svizzera al vulcano: la cremagliera che cambiò il tempo

Il retroterra storico che ha generato questa perla linguistica è straordinariamente affascinante e si intreccia con le vicende del turismo internazionale dell’epoca. Al contrario di quanto un’analisi superficiale potrebbe far pensare, la locuzione non fa affatto riferimento a quel tal ingegnere Olivieri che nel 1878 ideò la celebre funicolare del Vesuvio per conto del finanziere Ernest Emmanuel Oblieght. L’origine del modo di dire nacque nella città bassa e chiamò in causa un altro luminare della tecnica: lo svizzero Emil Strub. Fu questo celebre progettista elvetico a concepire una ferrovia a scartamento ridotto con trazione a vapore, dotata di ben sette chilometri e mezzo di rotaia a cremagliera, destinata a rivoluzionare l’ascesa al vulcano.

Fino a quel momento, infatti, la salita alla stazione inferiore della funicolare era una vera e propria odissea che veniva effettuata a bordo di lente carrozze a cavalli, richiedendo un tempo di percorrenza estenuante di circa quattro ore. L’inaugurazione dell’impianto di Strub, avvenuta il 28 settembre 1903 sulla tratta a monte del santuario di Pugliano attraverso San Vito e l’Eremo, abbatté drasticamente i tempi del viaggio, decretando un successo planetario per l’opera. La figura di questo ingegnere straniero, capace di domare le pendenze del Vesuvio con una fitta e apparentemente incomprensibile griglia di ferro, divenne popolarissima persino tra i popolani dei vicoli di Napoli. Ma la genialità del popolo partenopeo, anziché limitarsi a una sterile ammirazione, scelse di rubare quella figura così complessa e geometrica, trasformando lo scienziato svizzero nel prototipo di chi progetta castelli di parole per superare, con inutile fatica, i problemi più semplici della realtà.

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