‘O Rre me ne saglio ‘o Rre: la mischia sacra nelle strade di Napoli

Arrivare alla soglia dei settant’anni porta con sé un dono inaspettato: la capacità di sentire i suoni del passato con una nitidezza che il presente non possiede più. Se chiudo gli occhi, tra il traffico caotico di oggi, riesco ancora a distinguere il tonfo sordo di un corpo che atterra su una schiena piegata e il respiro affannato di chi, sotto il peso di tre o quattro compagni, stringe i denti per non crollare. Era il rito di “‘O Rre me ne saglio ‘o Rre, conosciuto anche come Scé-scé, vulimmo scennere, un gioco che oggi definiremmo “estremo”, ma che per noi era semplicemente la nostra scuola di vita.

L’ingegneria della mischia

A differenza di altri passatempi più solitari, questo gioco era l’apoteosi della squadra. Si formavano due schieramenti di quattro o cinque giocatori. Dopo il verdetto d’’o tuocco (la conta), la squadra perdente doveva preparare il “trono”. I ragazzi si disponevano in fila indiana, piegati in avanti, la testa infilata tra le gambe del compagno precedente o stretta contro il suo fianco, creando un’unica, solida dorsale di muscoli e ossa. Era una mischia di rugby nata tra i basoli, senza protezioni, dove la stabilità del singolo era l’unica garanzia per la sopravvivenza di tutti.

Il sacrificio della “Mamma”

Al vertice di questa struttura umana sedeva ‘o cchiù suggetto, il ragazzo solitamente più tranquillo o quello preso di mira dal gruppo, che per l’occasione assumeva il ruolo quasi sacro della Mamma. Seduto con le spalle al muro, la “mamma” offriva il proprio petto o la bocca dello stomaco come scudo. Il primo della fila avversaria, dopo una rincorsa furiosa, saltava cercando di arrivare il più avanti possibile. Senza la “mamma”, il primo della fila “sotto” si sarebbe fracassato la testa contro il muro; invece, l’impatto veniva assorbito da questo paraurti umano che se pigliava ‘e capate (le testate) con una rassegnazione eroica.

La formula e il crollo

Mentre i “cavalieri” saltavano, scandivano le formule ritmiche derivate da Uno monta ‘a luna. Ogni salto era una sfida alla forza di gravità e alla resistenza altrui. I “cavalieri” non dovevano solo salire, dovevano restare in equilibrio senza che i piedi toccassero terra, cercando di gravare con tutto il peso sui punti più deboli della catena umana.

Sotto, il groviglio di corpi resisteva finché poteva. Il nome Scé-scé nasceva proprio dal respiro corto, da quell’affanno che precedeva il grido liberatorio: “Vulimmo scennere!”. Se la fila resisteva, i saltatori dovevano scendere e rimettersi in gioco; se la fila crollava, i ruoli rimanevano invariati e la tortura ricominciava, tra risate, polvere e l’orgoglio di aver “tenuto” il Re.

Un’eredità di carne e pietra

Oggi che le strade non sono più “a misura di guaglione”, questo gioco appare lontano, quasi brutale. Eppure, in quelle testate sulla bocca dello stomaco e in quelle schiene cariche di pesi altrui, c’era un senso di solidarietà che non si impara sui libri. Si imparava a reggere il peso del compagno, a fidarsi di chi ti stava davanti e a rispettare chi, nel ruolo di “mamma”, incassava i colpi per il bene di tutti. Era la Napoli della strada: violenta, solidale e assolutamente indimenticabile.


Fonti e Integrazioni

Per arricchire i tuoi ricordi, ho attinto a diverse fonti che documentano la tradizione dei giochi di strada napoletani e del Sud Italia:

  • Raffaele Viviani: La sua poesia “Guaglione” (da te citata) resta la fonte primaria per l’elenco dei giochi e lo spirito “affamato” ma vitale dei partecipanti.

  • Antropologia del gioco popolare: Studi sulle varianti regionali (come la Cavalletta o ‘O Cavalluccio) confermano che il ruolo della “Mamma” (o “Pilastro”) è comune a molte tradizioni mediterranee, dove funge da arbitro e protezione.

  • Memoria Etimologica: L’uso del termine “Scé-scé” come contrazione di “Scendere” ma anche come richiamo al fischio o al sibilo dello sforzo fisico è riportato in diverse raccolte di dialettologia campana (es. studi di Pietro Paolo Volpe).

  • Tradizione Orale: I dettagli sulla “carica” del primo saltatore e sulla “morsa” dei piedi che non devono toccare terra appartengono alla memoria storica delle cronache popolari della Napoli del dopoguerra.

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