Papòscia e altre storie: l’ernia nel parlare napoletano

Nella lingua italiana basta una sola parola, “ernia”, per indicare la fuoriuscita di un viscere o di un organo dalla sua sede naturale: che sia inguinale, ombelicale, addominale o strozzata, il termine resta lo stesso, al massimo arricchito da un aggettivo; ma a Napoli, si sa, la fantasia lessicale non ha confini: ogni forma, posizione o aspetto di questo disturbo ha trovato nel tempo un nome proprio, spesso curioso, a volte pittoresco, sempre legato a immagini vive e concrete.

Tra i più noti, c’è guallera o guallara, voce di origine araba (wadara), che indica specificamente l’ernia scrotale; poi c’è ’ntoscia, termine che affonda le radici nel greco antico (enthostídia) e rimanda all’ernia addominale; non meno espressivo è burzone, derivato da borza (borsa), un tempo usato per designare lo scroto e, per estensione, il rigonfiamento erniario.

La protagonista di questa galleria è però la paposcia, ernia inguinale che, specie negli anziani, conferisce quell’andatura lenta e accorta. Il nome viene probabilmente da un latino popolare papus, “rigonfiamento”.
Più dolce nella forma è mellunciello (“piccolo melone”), ancora un riferimento all’ernia scrotale, mentre contrappiso richiama l’idea di un peso che pende da un lato, tipico di certe ernie asimmetriche.

Altre definizioni pescano dal mondo animale: quaglia, per esempio, descrive un’ernia dalla forma ovale, simile all’uccello accucciato, oppure dal lessico spagnolo, come potra, antica e oggi quasi dimenticata, riferita a un’ernia alta, vicina all’epigastrio.

E che dire della zèppula? Qui il legame è doppio: il celebre dolce di San Giuseppe, dalla tipica forma a ciambella, ricorda l’aspetto arrotolato di un serpentello (serpula), ma anche la rotondità di un’ernia addominale o ombelicale.
Chiude la lista la pallèra, che in origine indicava lo scroto (“contenitore delle palle”) e che, per analogia, è passata a significare l’ernia scrotale.

Curiosità finale: esiste anche paùscio o papùscio, che per assonanza potrebbe sembrare il maschile di paposcia, ma non c’entra nulla: significa invece “babbuccia” e viene dall’arabo e dall’indiano, passando per il francese.

E, per finire, vale la pena smentire un equivoco: in certe zone popolari di Napoli la parola surella non è sinonimo di ernia, ma di testicolo, inteso come “sorella” gemella dell’altro, contenuta nella guàllera.

Concludiamo dicendo che il termine guàllera è un classico delle espressioni partenopee, quando vogliamo intendere che qualcuno è diventato per noi insopportabile e fastidioso, proprio la problematica che abbiamo raccontato; magari nei prossimi articoli approfondiremo (intanto datevi uno sguardo al nostro ricco database)

Ecco dunque un piccolo dizionario del dolore e dell’ironia partenopea, dove anche una patologia riesce a farsi raccontare con vivacità e colore. In fondo, questo lessico sorprendente non è soltanto un inventario di termini medici reinventati: è il riflesso di un popolo che sa guardare alla vita con ironia, anche quando si tratta di malanni e fragilità; ogni parola diventa così una piccola metafora, un modo per esorcizzare il dolore con l’arma dell’immaginazione.
Perché a Napoli, persino un’ernia non è mai solo un’ernia, ma un racconto.

Nota

Nella foto: illustrazione del XVIII secolo raffigurante un’ernia di dimensioni notevoli in un uomo anziano, con una descrizione dettagliata e drammatica della condizione.

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