Sprùceto e sprùceta: l’arte tutta napoletana dell’essere scontroso e ritroso

Foto di kinkate da Pixabay

Nel ricchissimo repertorio di aggettivi con cui la lingua napoletana sa tratteggiare le sfumature del carattere umano, esiste una voce di straordinaria efficacia espressiva: sprùceto, che nella vita di tutti i giorni e nel parlato quotidiano si incontra molto più frequentemente declinata al femminile, ovvero sprùceta.

Il termine traduce e condensa in un’unica parola una serie articolata di aggettivi della lingua italiana: aspro, arcigno, scontroso, ma anche scorbutico, scostante, ombroso, permaloso, suscettibile, burbero e brusco. Si tratta di vocaboli che descrivono quel tipico atteggiamento di repulsione e chiusura che si manifesta nei rapporti interpersonali. È una caratteristica attribuita spesso alle donne, ma che non risparmia affatto gli uomini: quell’attitudine per cui, talvolta senza un motivo apparente o ben determinato, si preferisce mostrarsi intrattabili e ritrosi anziché aperti, comunicativi e partecipativi.

Le ipotesi etimologiche tra latino volgare e botanica

Dal punto di vista etimologico, la ricostruzione della storia di questa parola presenta un percorso affascinante e non privo di complessità. Gli studiosi e i linguisti individuano principalmente due strade principali per spiegare l’origine del termine.

La prima strada, decisamente la più lineare e convincente sul piano morfologico, fa risalire il termine a una forma del latino volgare *(a)sprucidu(m), evolutasi poi in *sprucetu(m) in luogo del classico asperu(m), da cui deriva direttamente l’italiano aspro. Questa soluzione spiega in modo del tutto naturale la presenza della specifica fonetica e la chiara sfumatura di asprezza caratteriale indicata dal vocabolo.

La seconda ipotesi, caratterizzata da un cammino linguistico un po’ più articolato, propone invece un legame con il basso latino *asprugo, variante del classico asperugo. Quest’ultimo termine indicava una specifica varietà di cicoria selvatica, celebre nella tradizione popolare per le sue foglie particolarmente ruvide, aspre al tatto e dal sapore pungente e piccante.

Sebbene l’accostamento alla pianta selvatica offra una metafora molto suggestiva della ruvidezza d’animo, la derivazione diretta dalla radice del latino volgare per “aspro” resta la spiegazione più solida e lineare per comprendere a fondo la genesi di questa colorita espressione partenopea.

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