C’è una Napoli che non compare nelle cartoline; non quella del sole, del mare e della pizza, ma quella delle botteghe affollate, delle cappelle di mestiere, dei tessitori di seta e dei buccieri (i macellai) che si riunivano per decidere chi meritava un sussidio e chi no.
Una città in cui la solidarietà non era un valore astratto, ma un sistema organizzato, radicato nella vita quotidiana di ogni artigiano, mercante e lavoratore del mare.
È questa la Napoli che emerge dal saggio di Giovanni Lombardi Societas, mestieri e assistenza a Napoli in età moderna, pubblicato negli atti del convegno Assistenza, previdenza e mutualità nel Mezzogiorno moderno e contemporaneo (FrancoAngeli, 2006): un testo denso, ricchissimo di fonti archivistiche, che restituisce l’immagine di una città straordinariamente capace di autorganizzarsi, molto prima che esistessero lo Stato sociale, l’INPS o la Croce Rossa.
Una nomenclatura che racconta una città
Già dalle prime pagine, Lombardi ci mette davanti a un problema affascinante: come chiamare queste organizzazioni? Societas, arte, maestria, cappella, universitas, compagnia, confraternita; i termini si sovrappongono, si confondono, si contraddicono. Non è una questione di lana caprina: dietro ogni parola si nasconde una realtà sociale diversa, un diverso livello di formalizzazione, una diversa rete di tutele e di obblighi.
Quello che è certo è che a Napoli, tra il Cinquecento e il Settecento, quasi ogni mestiere aveva la sua struttura associativa. I barbieri si riunivano sotto i Santi Cosma e Damiano. I barcaioli avevano la loro cappella a Portosalvo, i pittori si raccoglievano vicino a Sant’Agostino, i tessitori di lino avevano San Marco. Gli orefici avevano addirittura il loro monte, alla piazza dei calzolai.
Una città nella città: una rete capillare di solidarietà professionale che copriva ogni angolo di Napoli, ogni categoria di lavoratori, ogni evenienza della vita, dalla malattia alla carcerazione per debiti, dalla dote per le figlie al funerale degno.
Non solo corporazioni: una rete di tutele
Il sistema che Lombardi descrive va ben oltre la semplice corporazione di mestiere. Le arti napoletane erano al tempo stesso sindacati, fondi pensione, assicurazioni sanitarie e agenzie matrimoniali; i monti raccoglievano quote dagli iscritti e le redistribuivano in caso di bisogno. I conservatori ospitavano le figlie dei lavoratori poveri e provvedevano alla loro dote.
Le confraternite garantivano una sepoltura decorosa e assistevano i soci carcerati, purché il reato non fosse troppo infamante: il gioco d’azzardo, la falsità, il furto escludevano dall’assistenza.
Le capitolazioni dei buccieri di Napoli, citate da Lombardi, sono un esempio eloquente: il monte garantiva al socio malato un medico scelto dai confratelli, quattro carlini al giorno per quaranta giorni, una scatola di confettura medicinale. Se invece era carcerato per una causa onorata, aveva diritto a due carlini al giorno e a un avvocato pagato dall’arte; niente, però, per chi stava in prigione per disobbedienza o altra causa frivola: in quel caso, se fosse uscito entro tre giorni, non avrebbe ricevuto nulla.
È un sistema che colpisce per la sua concretezza. Non c’è retorica, non c’è carità generica: c’è una contabilità precisa del bisogno, una valutazione dei meriti e dei torti, una rete di controllo reciproco che oggi chiameremmo, con una punta di cinismo, meritocratica.
Una città aperta al mondo
Uno degli aspetti più sorprendenti che emerge dalla ricerca di Lombardi è quanto fosse cosmopolita questa Napoli corporativa. Accanto alle arti locali, fiorivano le associazioni delle nazioni straniere: i genovesi si riunivano a San Giorgio all’Incoronata, gli orientali di rito ortodosso ai Santi Pietro e Paolo alla Strada dei Greci, i lombardi a Sant’Anna a Monte Oliveto. I tedeschi avevano il loro ospedale al Seggio di Porto, i catalani e gli spagnoli avevano le loro strutture.
Persino i fiamminghi, come il mercante-tipografo Giacomo Raillard, sapevano destreggiarsi tra la nazione belga, la parrocchia di San Gennaro all’Olmo, le associazioni dei librai e la congrega di San Michele Arcangelo.
Raillard è uno dei personaggi più vividi che Lombardi ci consegna: produceva calze di seta all’inglese, ospitava tessitori francesi, lavorava come mercante serico non immatricolato, era tra i primi tipografi del regno, e all’occorrenza invocava i diritti della nazione fiamminga per una moglie e la cittadinanza napoletana per l’altra. Un uomo che viveva dentro mille appartenenze contemporaneamente, navigando con disinvoltura tra le maglie di un sistema che, a prima vista, sembrava rigido e gerarchico, ma che in realtà era straordinariamente flessibile.
Crisi, pestilenze e resilienza
Il sistema non era immune dalle scosse della storia. Le crisi economiche, i moti del 1648, la terribile pestilenza del 1656 — che dimezzò la popolazione di Napoli — mettevano a dura prova monti e confraternite: quando le entrate crollavano, il numero degli assistiti doveva essere ridotto, quando i soci morivano in massa, i fondi si prosciugavano, quando il governo tagliava gli interessi sul debito pubblico, gli enti assistenziali, che erano tra i principali investitori, si trovavano in difficoltà.
Eppure il sistema reggeva, si adattava, trovava nuove forme. Lombardi descrive con precisione come, dopo ogni crisi, la rete si ricostituisse, spesso in forme nuove: nuovi monti, nuove congreghe, nuove solidarietà trasversali che attraversavano i confini delle singole arti.
Il caso del conservatorio di Santa Rosa, dedicato alle figlie dell’arte della lana, è esemplare. Fondato nel Cinquecento, finanziato con imposizioni sulle merci laniere, sopravvisse per secoli, adattando il numero delle assistite alle risorse disponibili.
Dopo la carestia del 1764 dovette ridurre le ospiti a quarantotto, metà delle quali senza dote; non era il massimo, ma era ancora lì, ancora funzionante, ancora capace di offrire qualcosa a chi non aveva nulla.
Un patrimonio dimenticato
Leggendo il saggio di Lombardi, si ha la sensazione di scoprire un patrimonio storico che non ha ancora ricevuto tutta l’attenzione che merita. La storia delle corporazioni napoletane non è solo storia economica: è storia sociale, storia della famiglia, storia del territorio, storia di come una comunità decide chi appartiene e chi è escluso, chi merita aiuto e chi no.
È anche, inevitabilmente, storia linguistica. I termini che Lombardi dissotterra dagli archivi (maestria, fratanza, monte della tassa, estaurita, conservatorio) sono spesso parole napoletane o italianizzazioni di concetti napoletani. Alcune sono ancora vive nel dialetto, altre sono scomparse portando con sé intere realtà sociali.
Non è un caso che questo tipo di ricerca interessì chi lavora sulla lingua napoletana. Perché una lingua non è solo fonologia e grammatica: è anche il deposito di una civiltà, il contenitore di esperienze collettive che senza le parole giuste rischiano di svanire per sempre.
Conclusione
Napoli ha avuto, per secoli, un suo modo di stare al mondo: denso, complesso, fatto di appartenenze multiple, di reti informali, di solidarietà costruite dal basso; le corporazioni, le confraternite, i monti, i conservatori ne erano l’ossatura visibile.
Quello che Lombardi ci restituisce, con la precisione dello storico e la passione di chi conosce profondamente il suo territorio, è un ritratto di questa città che stupisce ancora oggi per la sua modernità.
Perché in fondo, il principio che reggeva tutto (ci si aiuta tra di noi, quando uno è nei guai gli altri intervengono, e lo si fa in modo organizzato e trasparente) non è poi così lontano da quello che continuiamo a cercare, e spesso non trovare, nella società contemporanea.
Allegati
Societas_mestieri_e_assistenza_a_Napoli
In merito ai mestieri antichi di Napoli vi consiglio di visitare il sito Alfarana.it – Arti, mestieri e professioni della città di Napoli


