I custodi di pietra: il dio esiliato e la matrona di Napoli

Nel cuore del centro antico, dove il reticolo stradale conserva ancora l’impronta della Neapolis greca, il tempo sembra essersi fermato intorno a due figure di marmo che, pur mute, raccontano la stratificazione millenaria della città. Sono il “Corpo di Napoli” e la “Capa di Napoli”, simboli di una comunità che ha sempre preferito adottare i propri miti piuttosto che confinarli nei musei.

Il Nilo: un dio straniero nel ventre di Napoli

All’incrocio tra via San Biagio dei Librai e via Nilo, svetta una figura che il popolo chiama da secoli il “Corpo di Napoli”. Si tratta di un vecchio barbuto e imponente, semisdraiato tra le onde invisibili del tempo; la sua mano destra stringe una cornucopia ricolma di frutti, mentre il braccio sinistro si poggia su una sfinge, quasi a voler unire l’abbondanza della terra al mistero dell’eternità.

Le sue origini ci riportano a duemila anni fa, quando una fiorente colonia di mercanti alessandrini si stabilì in questo quartiere. Per non sentire la nostalgia del loro fiume sacro, innalzarono questa statua al dio Nilo. Ma la storia della scultura è una storia di ferite e rinascite: con l’avvento del cristianesimo e i successivi tumulti medievali, la statua fu abbattuta e mutilata. Per secoli rimase un torso informe sepolto sotto il calpestio della città, fino al XII secolo, quando riemerse durante gli scavi per un sedile nobiliare. Tuttavia, fu solo nel 1667 che un ignoto scultore le restituì la testa, regalandole quelle fattezze barcute che oggi conosciamo e trasformando definitivamente il nume egizio in un “nonno” protettore dei vicoli.

La “Capa”: Partenope tra la folla

Poco lontano, nel cortile di Palazzo San Giacomo, riposa un’altra icona non meno enigmatica: la “Capa di Napoli”. È una testa colossale di marmo bianco, dai lineamenti fieri e lo sguardo perso nel vuoto. Gli studiosi ritengono possa trattarsi del resto di una statua monumentale di Partenope o di una divinità greca, ma per i napoletani quella è semplicemente “Donna Marianna”.

La “Capa” è l’emblema della resilienza partenopea. Ha vissuto le rivolte di Masaniello, i sogni della Repubblica del 1799 e l’ingresso dei Mille, finendo spesso al centro dei tumulti popolari. Ogni scontro politico sembrava accanirsi sul suo volto: più volte ha perso il naso sotto i colpi di piccone o per l’usura dei secoli, venendo poi restaurata con “nasi inverosimili” che le conferivano un’aria buffa e familiare. Proprio questa sua fisionomia un po’ grottesca, unita alla sua imponenza, ha generato il celebre modo di dire: chiunque esibisca una testa sproporzionata o un’espressione ridicola viene ancora oggi paragonato alla “Capa di Napoli”.

Un dialogo tra secoli

Questi due monumenti rappresentano le due facce dell’anima cittadina: da un lato il Nilo, che incarna la capacità di Napoli di accogliere e “napoletanizzare” l’altro; dall’altro la Capa, che simboleggia l’orgoglio di una bellezza classica che non teme di diventare “popolana”. Insieme, il corpo del dio e la testa della dea continuano a vegliare su una città che non dimentica, ma che preferisce ridere dei propri miti per renderli immortali.

Fonte

Ludovico de la Ville sur-Yllon, Il Corpo di Napoli e la «Capa» di Napoli, in Napoli Nobilissima, Vol. III, Fasc. II, 1894 (con note e aggiunte di Romina Nitta).

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