C’è un certo rigore che nasce solo a Napoli, un rigore severo ma non freddo, che sa tenere insieme la passione per la giustizia e la consapevolezza della sua fragilità. Silvano Labriola nacque in questa città il 26 giugno 1935, e fu uno di quei giuristi che la legge non solo la studiano e la insegnano, ma la attraversano, la difendono, la criticano, cercando di salvarla anche da se stessa.
Docente per lunghi anni, prima all’Università di Pisa (dove insegnò Istituzioni di diritto pubblico fino al 1994), poi all’Università Federico II di Napoli come professore di diritto costituzionale italiano e comparato, Labriola fu uno studioso e un intellettuale radicato nell’università, ma rivolto verso la politica. Un uomo della Repubblica, nel senso alto del termine: la cosa di tutti, per la quale vale la pena battersi.
Il Parlamento come laboratorio
Militante e dirigente del Partito Socialista Italiano, entrò in Parlamento nel 1976, in un’epoca in cui l’aula era ancora un luogo di confronto civile e di costruzione istituzionale e ci rimase fino al 1994, attraversando stagioni difficili, ma mai rinunciando all’impegno. Durante l’XI legislatura, fu vicepresidente della Camera: incarico di responsabilità, esercitato con discrezione e fermezza.
Fu lui il relatore della legge di conversione del decreto-legge 164/1991, quello che portava norme contro le infiltrazioni mafiose negli enti locali. In un’Italia in cui i comuni cadevano sotto il peso delle intimidazioni, Silvano Labriola difendeva la Costituzione esattamente dove questa rischiava di rompersi: nelle periferie amministrative, nei luoghi dove il diritto si fa concreto e vulnerabile.
Le ombre e la complessità
Il suo nome compare – come quello di molti altri – nella lista degli iscritti alla loggia massonica P2: un dettaglio controverso, che rimane come una piega nella sua biografia pubblica. Ma la storia degli uomini è sempre più complessa delle etichette: Labriola continuò a lavorare nella vita accademica e politica con rigore, senza cercare protagonismi né scorciatoie.
La voce della Costituzione
Silvano Labriola era prima di tutto un costituzionalista, e in questo senso un interprete profondo della vita italiana. Leggeva la Carta del ’48 come si legge un grande testo di letteratura civile: con rispetto, ma anche con la volontà di discuterla, migliorarla, rileggerla alla luce del tempo presente.
La sua produzione scientifica è vasta, ma sempre centrata sul rapporto tra diritto e trasformazioni storiche: dalla questione delle autorità indipendenti (Le autorità indipendenti, 1999), al tema del bicameralismo e della riforma (Il bicameralismo nel progetto di riforma della Costituzione italiana del 1997), fino agli scritti più ampi sulla storia costituzionale italiana (Storia della Costituzione italiana, 1995). Senza dimenticare il suo lavoro di curatore delle opere di Pietro Nenni, di cui pubblicò i discorsi parlamentari nel 1983.
La sua è una riflessione sempre attuale, lucida, mai tecnica in senso sterile. Un pensiero giuridico che parte dalla politica ma non si piega ad essa.
Napoli, come sempre
Morì a Roma, il 7 novembre 2005, ma Napoli rimase il suo centro: non solo luogo di nascita, ma orizzonte culturale. Alla Federico II continuò a insegnare fino alla fine, formando generazioni di studenti con lo stesso spirito con cui aveva affrontato l’aula parlamentare: con pazienza, con profondità, con fede nelle istituzioni repubblicane.
Silvano Labriola non fu mai una figura da palcoscenico, ma uno di quei servitori dello Stato che hanno dato forma al nostro vivere civile. La sua voce era bassa, ma autorevole. Di quelle che ti fanno capire che la Costituzione non è un pezzo di carta, ma un campo di battaglia e di possibilità.
Fonti
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Wikipedia – Silvano Labriola (compreso foto)
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Il Parlamento repubblicano (1948–1998), Milano, Giuffrè, 1999
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Storia della Costituzione italiana, Napoli, ESI, 1995
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Giornale di Storia Costituzionale, Studi Parlamentari, Riv. Trim. Dir. Pubbl. (opere citate)


