Ci sono mestieri antichi, fatti di gesti ripetuti per secoli lungo i vicoli o negli spiazzi assolati, che hanno letteralmente tessuto la trama della lingua napoletana. Tra le espressioni nate all’ombra di queste antiche botteghe artigiane, ce n’è una di rara efficacia, sebbene oggi poco frequentata: Tirà ’o capo ’nterra (Tirare il capo a terra o poggiare l’estremità al suolo).
Ad litteram l’immagine evoca un gesto semplice: prendere l’inizio o l’estremità di qualcosa e adagiarlo sul pavimento. Nel parlato quotidiano e figurato, però, questa locuzione compie un salto di qualità semantica e diventa sinonimo di **arrivare alla conclusione di una faccenda**, mettere la parola fine a una disputa o risolvere definitivamente una questione intricata. Quando si trascina un problema da troppo tempo e finalmente si trova la chiave di volta, a Napoli si tira, appunto, il capo a terra.
Per risalire alla scintilla che ha generato questo modo di dire, dobbiamo fare un viaggio nel tempo e osservare da vicino il lavoro dei cordai — i mitici funari partenopei — quando la produzione non conosceva l’aiuto di macchine o robot, ma si affidava esclusivamente all’abilità delle mani e alla resistenza delle braccia.
Quello del cordaro era un mestiere dinamico e singolare, che ha regalato alla città anche un’altra celebre espressione: Fà comme ê funare (andare all’indietro come i cordai), usata per canzonare chi non fa alcun progresso negli studi o nel lavoro. Per fabbricare una fune, infatti, l’artigiano fissava saldamente con dei chiodi i capi dei fili a un asse di legno e poi, camminando all’indietro come un gambero, intrecciava la canapa con precisione millimetrica.
Ed è proprio al termine di questa faticosa camminata a ritroso che nasce il nostro modo di dire. Una volta completato l’intreccio dell’intera fune, il maestro cordaro ne saggiava la consistenza e la resistenza tirandola con forza verso di sé. Verificato che l’opera fosse perfetta, compiva l’atto finale: schiodava il principio della corda dall’asse di legno e ne poggiava l’estremità, il “capo”, appunto, sul terreno; quel gesto plastico e liberatorio era il segnale ufficiale che il lavoro era finito, il compito concluso; non restava che guardare i garzoni di bottega ammatassare ad arte il frutto di tanta fatica.
Dal perimetro degli spiazzi dei funari, l’espressione ha rapidamente sciolto le sue sponde tecniche per adagiarsi nel dialetto comune. Per traslato, tirà ’o capo ’nterra è diventato il sigillo verbale su qualsiasi trattativa commerciale andata a buon fine, su un fidanzamento finalmente ufficializzato o su un litigio condominiale risolto davanti a un caffè, un modo squisitamente artigianale per ricordarci che ogni discorso, per quanto lungo e aggrovigliato, prima o poi deve trovare il suo punto fermo e posarsi a terra.


