Municipalità 1 – Quartiere Chiaia
Municipalità 2 – Quartieri Avvocata e Montecalvario
Cap: 80122 – 80135
Dove si trova
Informazioni sul toponimo
Il Corso Vittorio Emanuele, che va da Piazza Giuseppe Mazzini a Piazza Piedigrotta è un stupenda strada panoramica, la più lunga della città, collocata su tre quartieri (Avvocata, Chiaia, Montecalvario), che divide idealmente la zona dei Quartieri Spagnoli da quella del Vomero.
Costruito tra il 1853 e il 1860 collega, lambendo la collina del Vomero, Piazza Giuseppe Mazzini fino a Piazza Piedigrotta misura 4,5 chilometri, lungo i quali si può godere di un meraviglioso panorama del golfo.
Il Corso è intitolato a Vittorio Emanuele II di Savoia, (Torino, 14 marzo 1820 – Roma, 9 gennaio 1878) è stato l’ultimo Re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e il primo Re d’Italia (dal 1861 al 1878), svolgendo un ruolo importante nel Risorgimento, il movimento di unificazione italiana.
Ereditò il trono, oltre a un forte senso del nazionalismo italiano, dal padre re Carlo Alberto, che purtroppo affrontò la sconfitta nella prima guerra d’indipendenza italiana contro l’Austria nel 1849.
Continuò l’eredità del padre e unificò il Regno d’Italia attraverso varie iniziative negli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento.
Divenne primo Re d’Italia il 17 marzo 1861, in seguito alla Seconda Guerra d’Indipendenza italiana, anche se Roma, Veneto e Trentino non erano ancora stati conquistati.
L’unificazione d’Italia fu finalmente completata con l’aiuto della Prussia nella terza guerra d’indipendenza italiana durante il 1860 e successivamente governò la nazione da Roma fino alla sua morte nel 1878.
Gli successe il figlio Umberto I.
Altre informazioni di interesse
Realizzato per volontà di Ferdinando II che commissionò l’opera ai migliori architetti ed urbanisti della piazza con l’obiettivo di unire sia gli opposti cittadini, sia di avviare un percorso diretto verso la collina del Vomero.

I progetti scissero la strada in tre tronconi: il primo andava da Piedigrotta al convento di Suor Orsola Benincasa, il secondo da qui fino all’Infrascata (dal 1869 chiamata via Salvator Rosa) e infine il terzo, mai realizzato, sarebbe proseguito verso Capodimonte per poi terminare in piazza Ottocalli.
La nuova strada fu chiamata in un primo momento Corso Maria Teresa in onore della regina e fu inaugurata – seppur non nella struttura definitiva – il 28 maggio del 1853.
Tranne alcuni brevissimi tratti nonché quello terminale (dopo la stazione della Cumana) non ci sono edifici costruiti sul lato del mare, ma solo sul lato del monte, al fine di non rovinare l’estetica del paesaggio.
Fu proprio Ferdinando II, attraverso un’apposita legge emanata il 31 maggio 1853 a porre tale vincolo.
Dopo la conquista della città da parte di Garibaldi il toponimo venne modificato in Corso Vittorio Emanuele in onore del Re d’Italia.
Siti e monumenti di interesse
Palazzi
Castello Aselmeyer

Il Castello Aselmeyer, noto anche come Castello Grifeo dei principi di Partanna fu realizzato agli inizi del XX secolo dall’architetto anglo-napoletano Lamont Young, rappresentando un interessante esempio di stile neogotico applicato a una residenza privata.
La costruzione, ultimata nel 1902, nacque come abitazione personale di Young, ma già due anni dopo fu ceduta al banchiere Carlo Aselmeyer, quando l’architetto decise di trasferirsi sull’isola della Gaiola; l’edificio conserva ancora oggi il fascino delle residenze signorili di inizio Novecento, con torrette, merli e dettagli decorativi che richiamano il gusto medievale reinterpretato in chiave moderna.
Con il passare degli anni, gli interni del castello subirono profonde modifiche: le ampie sale originali furono suddivise in appartamenti privati, modificando la disposizione originaria degli ambienti. Nonostante queste trasformazioni, l’esterno mantiene intatta la sua imponenza, offrendo un colpo d’occhio affascinante nel contesto verde del parco circostante.
Palazzo del Grand Hotel Parker’s

Il Grand Hotel Parker’s si trova al civico 135 ed è una delle strutture alberghiere più antiche della città e viene tradizionalmente fatta risalire al 1870, quando George Parker Bidder III, biologo marino inglese, rilevò l’allora “Hotel Tramontano Beau Rivage” trasformandolo in meta prestigiosa per viaggiatori europei.
La struttura ha avuto una storia di rilievo: dopo un periodo di declino nel secondo dopoguerra, venne acquisita dalla famiglia Avallone che avviò un restauro completo, restituendole eleganza e prestigio.
Dal punto di vista architettonico, l’hotel conserva tratti del tardo Ottocento e della Belle Époque, anche se non viene sempre indicato un unico stile ufficiale: alcune fonti parlano di facciata in stile Liberty (o in chiave “elegante dimora ottocentesca”) adattata a struttura alberghiera.
Oggi la struttura è ad uso alberghiero di lusso (5 stelle) e rappresenta una delle icone dell’ospitalità napoletana, affacciata sul Golfo e con una posizione privilegiata che unisce il fascino storico alla modernità dei servizi.
Palazzo D’Ayala
Il Palazzo D’Ayala fu edificato dalla nobile famiglia D’Ayala, marchesi di Valva, e completato nel 1876, come testimonia la data incisa sul portale d’ingresso. L’edificio rappresenta uno degli ultimi esempi di palazzo residenziale cittadino costruito su commissione esclusivamente aristocratica.
La facciata, elegantemente neoclassica, si sviluppa su cinque piani (compreso il piano terra) e termina con un cornicione dentellato. Il piano terra si presenta in bugnato liscio, con un maestoso portale in piperno a tutto sesto, affiancato da lesene e sormontato da una voluta ornamentale sulla chiave di volta.
All’interno, l’androne conduce a un cortile centrale coperto da una struttura in ferro e vetro, e sul fondo di questo spazio si eleva una scala monumentale, con ogni piano scandito da arcate ribassate chiuse da vetrate.
Accanto al palazzo, nel 1904 la famiglia D’Ayala commissionò la costruzione di una cappella con abside ornata da mosaici, a sottolineare il prestigio del committente e il legame tra residenza e devozione familiare.
Attualmente l’edificio è adibito a uso residenziale privato, e gode di ottime condizioni di conservazione.
Palazzo dell’Hotel Bristol

Il Palazzo dell’Hotel Bristol domina il Corso Vittorio Emanuele, testimoniando l’eleganza architettonica di Napoli tra XIX e XX secolo. La sua presenza è già segnalata nella Carta Schiavoni del 1879, con il nome “Lucchesi”, a indicare i committenti originali: il conte Ferdinando Lucchesi Palli e la moglie Giulia Brunas Serra, che ne avviarono la costruzione tra il 1865 e il 1870.
Nel 1880 il palazzo fu ceduto alla società Cavalli & Fiorentino, che vi aprì l’Hotel Bristol, presto gestito da imprenditori svizzeri come Alberto Laundry e successivamente Carl Schwarz, che nel 1901 inaugurò anche il Grand Hotel Eden in Piazza Amedeo. Durante la Prima Guerra Mondiale la destinazione alberghiera cessò, e l’edificio si trasformò in condominio, con l’aggiunta di un ulteriore piano rispetto ai cinque originari. La trasformazione fu guidata dall’imprenditore napoletano Ciro Starace, operante nel settore della gioielleria, la cui famiglia vi abitò per generazioni; ancora oggi alcuni discendenti sono proprietari di appartamenti nel palazzo.

L’Hotel Bristol nell’800
Dal punto di vista architettonico, l’edificio è un imponente esempio di stile neorinascimentale, con sei piani e un vistoso basamento in pietra che accoglie il portale d’ingresso. La facciata si distingue per il rivestimento in mattoni e gli spigoli a bugnato a conci alterni, profondamente incisi, che conferiscono robustezza e eleganza. Superato l’androne, con la scala posta a destra, si apre un cortile porticato, cuore dell’edificio, che conserva il fascino degli spazi comuni ottocenteschi.
Nonostante i cambi di destinazione e le trasformazioni interne, il Palazzo dell’Hotel Bristol si presenta oggi in ottime condizioni conservative, incarnando lo spirito della Napoli borghese e turistica di fine Ottocento e la capacità della città di preservare il proprio patrimonio storico-architettonico.
La facciata si caratterizza per il rivestimento di mattoni e per l’inserimento di spigoli a bugnato a conci alterni profondamente incisi. Oltrepassato l’androne, alla cui destra vi è la scala, si giunge al cortile porticato.
Palazzo D’Alessandro di Pescolanciano al Corso

Il Palazzo D’Alessandro di Pescolanciano è considerato uno dei palazzi più pregevoli dell’Ottocento napoletano. La costruzione, realizzata tra il 1875 e il 1878 dall’architetto Filippo Botta, fu commissionata da Giovanni Maria d’Alessandro, duca di Pescolanciano, con l’intento di ristabilire il prestigio del casato dopo anni di difficoltà economiche. Appassionato di archeologia e filoborbonico, il duca investì senza badare a spese in un edificio destinato a rappresentanza, organizzando balli e feste nel piano nobile frequentate dalla nobiltà cittadina.
Nonostante lo splendore iniziale, l’indebitamento crescente e la ridotta resa delle rendite agrarie costrinsero la famiglia a vendere il patrimonio immobiliare tramite asta pubblica a lotti a partire dal 1891. Da allora il palazzo è divenuto condominio privato, suddiviso tra più famiglie proprietarie.
L’edificio è un notevole esempio di stile neoclassico, sviluppato su cinque piani. L’ingresso è segnato da un portico sorretto da quattro colonne doriche, mentre ai lati dell’androne si trovano due scale secondarie con eleganti balaustre in marmo. In fondo al cortile, in asse con l’ingresso, si eleva lo scalone di rappresentanza in marmo di Carrara, caratterizzato da una rampa centrale e due rampe laterali retroverse, simbolo della grandiosità e del prestigio dell’epoca.
Non ci sono notizie certe sulla sopravvivenza della cappella interna né delle decorazioni originarie commissionate dal duca, ma la struttura conserva ancora oggi l’eleganza e la monumentalità che la rendono un pezzo significativo dell’architettura aristocratica napoletana dell’Ottocento.
Palazzo De Liguoro
Il Palazzo De Liguoro si inserisce lungo il Corso Vittorio Emanuele, una delle arterie storiche di Napoli, testimoniando la trasformazione urbana ottocentesca della città. Realizzato nel corso del XIX secolo, l’edificio riflette la tipologia residenziale dell’epoca: elevato su più piani, con un portale d’ingresso che segna l’accesso all’androne e al cortile interno, elementi ricorrenti nei palazzi borghesi e aristocratici della Napoli di allora. Pur non avendo dati certi sullo stile architettonico, la facciata probabilmente segue modelli tardo‑neoclassici o di gusto eclettico, comuni nei nuovi isolati costruiti lungo il Corso dopo l’apertura della strada. Il palazzo è oggi inserito in un contesto urbano densamente edificato e la sua presenza contribuisce alla lettura storica dello sviluppo cittadino tra Ottocento e primo Novecento.
Palazzo Donadoni
Il Palazzo Donadoni si presenta come un solido edificio residenziale del XIX secolo, disposto su pianta irregolare e articolato in struttura portante in muratura continua, costruita con blocchi di tufo disposti a corsi regolari; l’ingresso dà su un androne con scala a due rampe e un ballatoio poligonale che affaccia su una “vanella” interna, mentre la scala principale è una rampa rettilinea spezzata.
Le coperture sono piane, con terrazzi in parte e tetto in parte, e le volte interne comprendono volte a botte ad arco a tutto sesto, mezze botti e crociere.
La posizione lungo il Corso Vittorio Emanuele lo inserisce nel contesto dello sviluppo urbano ottocentesco di Napoli, quando quella strada diventava una direttrice importante per la città. Il palazzo, pur non essendo caratterizzato da un’estetica monumentale o fortemente ornamentale, testimonia la tipologia dell’abitazione aristocratica-borghese dell’epoca, oggi trasformata in residenza privata.
Palazzo Tocco di Montemiletto alla Cesarea

Il Palazzo Tocco di Montemiletto, ai civici 433–447, è uno degli edifici storici più antichi del celebre belvedere napoletano. Le sue origini risalgono al XVII secolo, quando compariva come villa con giardino nella Pianta Baratta del 1629. Nel 1654 fu acquistato da Carlo Tocco, principe di Montemiletto. Per oltre due secoli rimase una residenza nobiliare immersa nel verde.
La grande trasformazione avvenne a metà Ottocento, quando l’apertura del nuovo Corso Vittorio Emanuele (dal 1852) offrì prestigio e visibilità ai palazzi affacciati sul panorama del Golfo. L’allora proprietario Francesco Tocco Cantelmo Stuart decise di trasformare la villa seicentesca in un vasto complesso residenziale: il giardino venne frazionato, sorsero nuovi corpi di fabbrica collegati da cunicoli, sottopassaggi, terrazze e scalinate. Il prospetto principale, affacciato sul Corso, assunse l’aspetto attuale.
La facciata si presenta come una cortina urbana continua: un corpo centrale a tre piani domina due ali più basse, segnate da due portali gemelli sormontati da terrazze con busti e stemmi di famiglia. Dal portale sinistro (civico 440) si accede allo scalone di rappresentanza, ornato alla base da una curiosa statua di Niccolò Piccinni. Nonostante frazionamenti e modifiche, il palazzo conserva ancora la cappella privata e parte del giardino originario.
Di particolare rilievo è la tradizione legata alla reliquia del piede di Sant’Anna, custodita per secoli dalla famiglia Tocco e esposta ogni anno nella cappella del palazzo. La reliquia richiamava folle di devoti a una festa lunga una settimana. La tradizione si interruppe nella seconda metà dell’Ottocento, quando la reliquia fu trasferita nel Duomo di Napoli, nella cappella Capece-Galeota.
Chiese
Chiesa del Cenacolo
La Chiesa del Cenacolo, al civico 602, si erge quale testimonianza discreta ma significativa della trasformazione urbana e religiosa della città. Non era inizialmente concepita come chiesa monumentale, bensì come cappella interna di una casa di riposo per anziani. Con il tempo – e grazie agli ampliamenti – assunse un ruolo ben più importante.
L’esterno si distingue per la facciata in tufo, austera ma armoniosa, preceduta da un portico sorretto da quattro colonne di ordine ionico (in realtà due colonne centrali e due pilastri), conferendo un’eleganza sobria e classica all’ingresso. All’interno, la pianta rettangolare accoglie i fedeli e visitatori in un ambiente contenuto ma curato: la zona dell’altare maggiore è decorata con bassorilievi raffinati, che attirano lo sguardo e rispecchiano il gusto neoclassico dell’epoca.
Particolarmente significativa è la sua gestione: fu infatti la prima chiesa di Napoli completamente amministrata da laici, un segno della modernizzazione delle strutture religiose in città.Collocata in una zona dove si trovano anche le chiese di Santa Maria Apparente e di Santa Caterina da Siena, la Chiesa del Cenacolo partecipava e partecipa al tessuto religioso e urbano del centro napoletano.
Pur non essendo tra le più celebri catene monumentali della città, questo edificio offre uno spaccato interessante: dalla funzione iniziale di assistenza sociale alla destinazione liturgica, dalla facciata classica al piccolo altare ornato, fino alla gestione laica, la chiesa racconta una Napoli che cambia nei secoli, mantenendo intatta la propria memoria.
Chiesa del Sacro Cuore al Corso Vittorio Emanuele
La Chiesa del Sacro Cuore, situata al civico 649/B, a Napoli, si presenta come un luogo di culto discreto ma significativo nel tessuto urbano della città. La parrocchia, affidata al clero diocesano, mostra ancora oggi la sua identità in un tratto del corso che collega quartieri storici.
L’edificio, pur non illustrando una storia architettonica ampia nei documenti a nostra disposizione, offre una chiara testimonianza della presenza delle istituzioni religiose lungo questa arteria napoletana. L’esterno si presenta con una facciata semplice da cui si accede al luogo di culto, integrato nel tessuto edilizio del Corso. L’interno, destinato al rito parrocchiale, è dedicato al Sacro Cuore di Gesù e ospita i fedeli che abitano e transitano nei quartieri limitrofi.
In un contesto come quello del Corso Vittorio Emanuele, dove si susseguono palazzi nobiliari, ville, chiese e scorci panoramici della città, la Chiesa del Sacro Cuore rappresenta un elemento che unisce quotidianità e spiritualità urbana. Anche se non spicca per grandi decorazioni o un profilo monumentale vistoso come alcune chiese barocche della città, la sua presenza contribuisce al racconto di Napoli come città viva, fatta di comunità, devozione e relazioni tra spazio religioso e spazio urbano.
Chiesa del Santissimo Redentore
Lungo il tratto panoramico del Corso Vittorio Emanuele, sorge la Chiesa del Santissimo Redentore, commissionata dal nobile Francesco D’Ayala Valva, che abitava nell’adiacente palazzo di famiglia e desiderava un luogo di culto per l’area allora priva di una chiesa.
Il progetto fu affidato all’architetto Antonino Maresca di Serracapriola, che concepì un edificio in stile eclettico con forti richiami all’architettura paleocristiana; i lavori iniziarono nel 1904 e si conclusero nel 1912, anno in cui la chiesa fu destinata anche a parrocchia.
La facciata si articola in due ordini: il primo ospita un portale d’ingresso sormontato da una lunetta con l’agnello sacrificale, simbolo tradizionale della cristianità. Sopra, il secondo ordine presenta una loggetta vetrata ad arcate a tutto sesto, al di sotto di una lapide in pietra e, nella sommità, una serie di archetti pensili. L’interno è a navata unica rettangolare, illuminata da sei finestroni, e decorato con due edicole laterali e uno splendido mosaico dorato che raffigura il Redentore benedicente.
Nonostante il contesto urbano e la collocazione in un lotto estratto dal profilo della collina sottostante, la chiesa mantiene una dignità architettonica che la rende significativa nel panorama delle chiese moderne di Napoli.
Oggi la Chiesa del Santissimo Redentore rappresenta il connubio tra devozione, architettura e trasformazione urbana nel primo Novecento: una presenza discreta ma carica di significato, in un tratto del corso che ha visto cambiare il volto della città, e che offre uno scorcio di spiritualità e stile non comuni.
Chiesa del Santo Sepolcro di Cristo
Situata alle pendici della collina della Certosa di San Martino, la chiesa del Santo Sepolcro è un piccolo gioiello nascosto del panorama religioso napoletano; la sua peculiare struttura la rende particolarmente affascinante: parte dell’edificio è infatti ricavata nella roccia tufacea, in un contesto urbano che intreccia architettura e natura.
La facciata, che si apre su un piccolo slargo laterale del corso, presenta un portale sormontato da un arco a lunetta, incorniciato da due pilastri corinzi e coronato da un timpano triangolare.
Internamente, l’edificio era composto da una navata semplice, con agli lati cappelle-nella-roccia. In epoca barocca venne ampliata e decorata, ma oggi versa purtroppo in uno stato di conservazione precario.
Storicamente, l’edificio risale al XVII secolo ed era legato a ritiri spirituali e ad un uso eremitico: ad esempio vi dimorò per un periodo il venerabile Carlo Carafa.
Nel corso del tempo venne ristrutturata (nel 1872 su progetto di Antonio Francesconi) quando fu tracciato il nuovo asse urbano del corso Vittorio Emanuele.
Oggi la chiesa non è più attiva dal punto di vista liturgico, rimane chiusa al culto e segnala criticità di manutenzione, ma resta un pezzo della storia napoletana, di architettura sacra e di paesaggio urbano da riscoprire.
Chiesa di San Francesco d’Assisi a Mergellina
La chiesa dell’Immacolata Concezione, più conosciuta come chiesa di San Francesco d’Assisi a Mergellina, sorge lungo il corso Vittorio Emanuele, affacciata sul panorama del golfo, tra le pendici della collina e il quartiere di Mergellina. Fu costruita tra il 1875 e il 1879 su progetto dell’ingegnere Filippo Botta per accogliere la comunità dei frati cappuccini, che desideravano un nuovo luogo di culto in una zona allora in pieno sviluppo urbanistico.
La facciata, di gusto eclettico, è sobria ma elegante: paraste scandiscono verticalmente il prospetto, intervallando nicchie e bifore. Nelle due principali nicchie trovano posto le statue dell’Immacolata e di San Francesco d’Assisi, mentre la parte superiore è conclusa da una fila di archetti pensili che alleggeriscono l’impianto architettonico.
L’interno è a pianta basilicale, articolato in tre navate divise da colonne che conducono all’abside semicircolare. L’atmosfera è semplice, conforme allo spirito francescano, ma arricchita da numerose opere pittoriche, alcune provenienti da chiese soppresse o antichi conventi cappuccini. Tra tele votive, pale d’altare e decorazioni devozionali, si percepisce un forte legame con la spiritualità francescana e con il culto mariano.
Ancora oggi la chiesa rappresenta un punto di riferimento religioso e paesaggistico: silenziosa, affacciata sul mare, unisce la memoria dell’antica Mergellina a quella Napoli ottocentesca che guardava al futuro.
Chiesa di Santa Maria Apparente
Affacciata sul Corso Vittorio Emanuele, la chiesa di Santa Maria Apparente è uno dei più antichi edifici sacri dell’area. Venne fondata nel 1581 da padre Filippo da Perugia per custodire un’immagine mariana venerata dal popolo e inizialmente collocata in una semplice edicola. Il progetto fu affidato all’architetto Gian Battista Cavagna, mentre accanto alla chiesa sorse ben presto anche un convento cappuccino.
L’intitolazione originale è “Santa Maria Apparente”, come conferma una lapide del 1624. La tradizione popolare, però, tramanda anche la forma “Santa Maria a Parete” o, secondo una leggenda, il nome deriverebbe da un’apparizione luminosa vista da alcuni pescatori dispersi in mare, proprio sul colle dove oggi sorge il tempio. Nel 1634, sotto padre Eugenio, la chiesa fu ampliata.
L’interno ha pianta a croce greca. Sopra l’ingresso si trova la cantoria con un organo seicentesco di notevole pregio. Sull’altare maggiore spicca una tela del 1611 di Giulio dell’Oca raffigurante la Vergine con i Santi Antonio e Francesco, con sullo sfondo una suggestiva veduta della collina di Sant’Elmo. Altri dipinti presenti sono attribuiti, tra gli altri, a Onofrio Palumbo e Francesco De Maria.
Il convento annesso ebbe una storia movimentata: trasformato dapprima in carcere, divenne successivamente il cosiddetto “Palazzo degli Ufficiali”. Oggi, i suoi ambienti sono stati riconvertiti ad uso residenziale, ma la chiesa conserva ancora intatto il suo fascino antico, sospesa tra fede, arte e memoria popolare.
Complesso di Santa Lucia Vergine al Monte
La Chiesa e l’antico convento di Santa Lucia al Monte si affacciano silenziosi sul Corso Vittorio Emanuele, come sentinelle del tempo. La loro storia inizia nel XVI secolo, quando fra Agostino da Miglionico costruì una piccola cella sulla collina di San Martino, un luogo isolato, chiamato “la montagna”. Poco dopo, fra Girolamo da San Agata trasformò quel semplice rifugio in una chiesa dedicata a Santa Lucia Vergine e Martire.
Nel 1587 la bolla di papa Pio IV sancì l’unione dei frati minori spagnoli e francescani scalzi: nacque così il monastero che, dal Seicento in poi, conobbe una stagione di prosperità. Nuove ali, infermerie, chiostri si aggiunsero alla chiesa, ampliando il complesso lungo il fianco della collina di Sant’Elmo. L’architettura, dominata dal barocco, conserva ancora tracce medievali e rinascimentali che le donano un aspetto unico.
Durante la rivolta di Masaniello del 1647, la chiesa divenne postazione militare; nel 1722 tornò a prosperare sotto i frati italiani. Nel 1853, il nuovo corso Maria Teresa – l’attuale Corso Vittorio Emanuele – fu inaugurato proprio davanti al convento, e Ferdinando II vi ricevette la benedizione solenne.
Con le leggi del 1866 il convento fu espropriato e in parte trasformato in caserma. Solo alla fine dell’Ottocento i frati riuscirono a riacquistarlo quasi completamente. Nel Novecento, restauri e trasformazioni ne cambiarono l’aspetto originario, ma senza cancellarne l’anima.
Oggi, Santa Lucia al Monte è insieme luogo di fede, memoria e accoglienza: convento, chiesa, struttura ricettiva e spazio culturale. Dalle sue terrazze lo sguardo abbraccia il golfo, mentre le sue pietre continuano a raccontare secoli di storia, silenzio e resistenza.
Link utili
Come raggiungere il Corso Vittorio Emanuele
Articoli correlati
Qual è la strada più lunga di Napoli?
Fonti
- wikipedia.org
- Le strade di Napoli – Gino Doria
- Le strade di Napoli – Romualdo Marrone


