Municipalità 2 – Quartiere S. Giuseppe
Cap: 80134
Dove si trova
Informazioni sul toponimo

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La strada che he rappresenta una parte del vecchio decumano inferiore va da Piazza del Gesù Nuovo (o Trinità Maggiore) fino a Piazza San Domenico Maggiore è intitolata al celebre filosofo, storico, politico e critico letterario Benedetto Croce (Pescasseroli, 1866 – Napoli, 1952), che visse in questa via, al numero 12, per quasi mezzo secolo e dove è stata posta una targa in ricordo.
Croce fu una figura fondamentale per la cultura napoletana e nazionale, e in questa via, nel 1919, scrisse anche nella sua opera “Storie e leggende napoletane“. Nel libro, Croce descrive il panorama che vedeva dal suo studio: «Quando levandomi dal tavolino mi affaccio al balcone della mia stanza da studio, l’occhio scorre sulle vetuste fabbriche che l’una incontro all’altra sorgono all’incrocio delle vie Trinità Maggiore e quella di San Sebastiano e Santa Chiara…».
Una delle immagini più vivide che Croce descrive è quella del campanile di Santa Chiara, un monumento che si erge maestoso, con le sue caratteristiche finestre in stile romano e dorico, e le campane che rintoccano, evocando l’atmosfera storica di Napoli.
Benedetto Croce fondò nel 1903 la rivista “La Critica”, che divenne un importante centro di dibattito letterario in Italia; inoltre, fu eletto senatore del Regno nel 1910 e ricoprì il ruolo di ministro della Pubblica Istruzione nel governo di Giovanni Giolitti, dove, insieme al filosofo Giovanni Gentile, contribuì alla riforma della scuola italiana.
Siti e monumenti di interesse
Chiese
Basilica di Santa Chiara
La basilica di Santa Chiara, al numero civico 16, è uno degli edifici più importanti e monumentali di Napoli, nonché uno dei complessi monastici più vasti della città ed è un esempio significativo di architettura gotico-angioina.
Accanto alla chiesa, un tempo parte integrante del monastero, si trovano anche quattro chiostri monumentali, il Museo dell’Opera, il coro delle monache con affreschi di Giotto, e altri ambienti di grande valore storico e artistico.
La basilica fu voluta da Roberto d’Angiò e sua moglie Sancia di Maiorca, la quale desiderava vivere una vita di clausura, ma non potendo rispondere a questa vocazione, contribuì alla costruzione di questo monastero. I lavori furono avviati nel 1310 dall’architetto Gagliardo Primario e terminati nel 1328, mentre l’apertura al culto avvenne nel 1330 e la consacrazione nel 1341. In breve tempo, la basilica divenne uno dei luoghi più importanti di Napoli, ospitando opere di artisti come Tino di Camaino e Giotto, che realizzò affreschi nel coro delle monache, tra cui episodi dell’Apocalisse e storie del Vecchio Testamento.
Nel 1571, la basilica fu testimone di un momento storico: il 14 agosto venne consegnato a don Giovanni d’Austria il vessillo pontificio e il bastone del comando per la battaglia di Lepanto contro i Turchi Ottomani; successivamente, tra il 1590 e il 1742, il monastero ospitò vari religiosi, tra cui Antonino da Patti, che divenne venerabile per i miracoli compiuti sui malati.
Nel XVIII secolo, tra il 1742 e il 1796, la basilica subì una ristrutturazione barocca voluta da Domenico Antonio Vaccaro e Gaetano Buonocore, che trasformarono gli interni con decorazioni di Francesco de Mura, Sebastiano Conca e Giuseppe Bonito. Ferdinando Fuga realizzò anche il pavimento marmoreo nel 1762.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il 4 agosto 1943, la basilica subì gravissimi danni a causa di un bombardamento che distrusse gran parte degli affreschi, compresi quelli giotteschi. Dopo l’incendio che devastò l’interno, i lavori di ricostruzione furono avviati nel 1944 sotto la direzione di Padre Gaudenzio Dell’Aja, con l’obiettivo di ripristinare l’architettura medievale intatta dai bombardamenti. Tuttavia, le aggiunte barocche non vennero ripristinate, riportando la basilica al suo aspetto originario trecentesco.
I restauri terminarono nel 1953 e la chiesa fu riaperta al pubblico; le opere scultoree sopravvissute furono trasferite nel Museo dell’Opera, che oggi ospita anche i resti di alcuni affreschi giotteschi e monumenti funebri reali, seppur danneggiati.
Palazzi
Palazzo Mazziotti

Costruito all’inizio dell’Ottocento durante la dominazione francese, il palazzo, al numero civico 56, fu eretto sopra le strutture secentesche del chiostro della chiesa di San Francesco delle Monache.
La residenza fu destinata alla famiglia dei Mazziotti, baroni di Celso, che possedevano anche una villa a Posillipo, motivo per cui il palazzo viene talvolta identificato come “palazzo Mazziotti a Trinità Maggiore”.
Il palazzo si distingue per il suo cortile, che conserva le arcate del chiostro preesistente, e per l’ingresso neoclassico, arricchito da due colonne sormontate da un’epigrafe che recita “alla pace domestica”. La struttura e il layout del palazzo riflettono le influenze architettoniche del periodo, con un’attenzione particolare al riutilizzo degli spazi e degli elementi storici preesistenti.
Palazzo Pinelli

Il palazzo Pinelli, al numero civico 38, è un esempio significativo di architettura che mescola stili manieristi, neoclassici e barocchi. Voluto dal banchiere e duca di Acerenza Cosimo Pinelli, l’edificio fu progettato dall’architetto Giovanni Francesco Di Palma tra il 1540 e il 1550.
Nel XVII secolo, a seguito di un violento terremoto, il palazzo subì una ristrutturazione in chiave barocca da parte dei monaci di San Martino, che lo acquisirono. Durante questi lavori venne modificato il loggiato in stile manierista, ma sono ancora visibili le decorazioni originali in piperno.
Il palazzo ospita una pregevole scala settecentesca che valorizza il cortile cinquecentesco, testimonianza del fascino dell’edificio nel corso dei secoli. In seguito, la residenza passò alla famiglia dei baroni Foglia e oggi è un condominio privato.
La facciata, anch’essa rimaneggiata nei secoli, conserva un elegante portale e un balcone con balaustra marmorea che ne accentuano il carattere aristocratico e il pregio architettonico. Il palazzo Pinelli, pur avendo subito modifiche, rimane un’importante testimonianza della storia architettonica di Napoli.
Palazzo Tufarelli
Il palazzo si trova al numero civico 23.
Originariamente, l’area su cui sorgeva il palazzo faceva probabilmente parte delle proprietà veneziane di palazzo Venezia. Le prime notizie certe risalgono al 1419, quando fu adibito a sede del Maestro Giustiziero (o Magister Justitiarius) era un’alta carica della magistratura del Regno di Napoli durante l’epoca angioina, aragonese e anche borbonica, con funzioni che si evolsero nel tempo; inizialmente era il massimo responsabile dell’amministrazione della giustizia nel Regno, una figura paragonabile a un ministro della giustizia o a un giudice supremo).
Nel XVI secolo, il palazzo fu riedificato nello stile rinascimentale napoletano e, nel Seicento, passò alla famiglia De Luna, poi a don Domenico Fiorillo. Dopo il 1727, il palazzo fu acquisito dai Sambiase e, successivamente, nel 1754, acquistato dai conti Tufarelli, che commissionarono un rinnovamento architettonico all’architetto Nicola Tagliacozzi Canale. Durante questo restauro furono realizzati la scala, un secondo cortile e decorazioni a stucco.
L’ingresso al palazzo avviene attraverso un androne decorato a stucco, con lo stemma familiare dipinto sulla volta, e alle pareti si notano ancora gli anelli dove venivano attaccati i cavalli. Il cortile ospita una pregevole scala aperta del XVIII secolo, mentre un collegamento permette di accedere a un cortile più piccolo.
Oggi il palazzo è un condominio privato ben conservato, che continua a rappresentare un’importante testimonianza della storia e dell’architettura napoletana.
Palazzo Filomarino
Il palazzo Filomarino, al numero civico 12, noto anche come palazzo Sanseverino di Bisignano, è un monumento nazionale italiano, è stato dimora di famiglie nobili locali, tra cui i Sanseverino di Bisignano, ed è stato la residenza del filosofo Benedetto Croce fino alla sua morte nel 1952.
La costruzione del palazzo è attribuita all’architetto Giovanni Francesco Di Palma, allievo di Giovanni Donadio, detto il Mormando. Originariamente di proprietà della famiglia Sanseverino di Bisignano, il palazzo sorge su un terreno che nel Quattrocento apparteneva a Giovannello Brancaccio.
I Sanseverino ampliarono e ricostruirono la dimora nel 1512, acquisendo terreni limitrofi. Durante il regno di Carlo V, il palazzo ospitò l’imperatore, che vi fu accolto dal principe Pier Antonio Sanseverino.
Nel Seicento, il palazzo passò alla famiglia Filomarino della Rocca. Il principe Francesco Filomarino della Rocca giocò un ruolo fondamentale durante la rivoluzione del 1647-1648, dove mediò tra i rivoltosi e le autorità spagnole. Durante la rivolta, il palazzo subì gravi danni, ma fu prontamente ricostruito. Nel XVIII secolo, il principe Giambattista Filomarino commissionò il portale barocco a Ferdinando Sanfelice, che completò il lavoro nel 1731.
Nel XIX secolo, con la morte dell’ultimo principe Giacomo Filomarino, la famiglia si estinse, e il palazzo venne diviso tra vari proprietari. Benedetto Croce acquistò una parte dell’edificio nel 1910, e qui fondò l’Istituto italiano per gli studi storici nel 1946, trascorrendovi gli ultimi anni della sua vita.
Il palazzo presenta una struttura unica con un porticato interno che circonda il cortile, caratteristica rara tra le dimore patrizie napoletane. Il portale barocco e lo scalone monumentale sono opere di Ferdinando Sanfelice. La facciata neoclassica del secondo piano contrasta con i resti medievali, come gli archi ogivali scoperti durante i restauri novecenteschi. Il palazzo è un perfetto esempio di fusione di stili architettonici, dal rinascimentale al neoclassico, passando per il barocco.
Oggi il palazzo ospita l’Istituto italiano per gli studi storici e la Fondazione Biblioteca Benedetto Croce.
Palazzo Venezia
Il palazzo Venezia, al civico 19, noto anche come palazzo Capone San Marco, riflette oltre 400 anni di relazioni politiche ed economiche tra la Repubblica di Venezia e il Regno di Napoli.
Originariamente il suo nome era Palazzo San Marco di Venezia fu, dal secolo XV fino al 1797, per quasi quattrocento anni, la magnifica Ambasciata della Repubblica Veneta presso il Regno di Napoli: residenza dei consoli generali (che curavano gli nteressi economici dei veneti) e degli “oratori” della Serenissima (cioè gli ambasciatori, coloro che avevano titolo per “parlare” a nome della Repubblica).
Originariamente di proprietà dei Sanseverino di Matera, il palazzo fu donato da re Ladislao I di Napoli alla Repubblica di Venezia intorno al 1412, con l’intento di utilizzarlo come residenza per i consoli generali. La posizione del palazzo era strategica, vicino a San Domenico Maggiore e a Spaccanapoli.
Dopo un periodo di splendore tra il XV e il XVI secolo, il palazzo attraversò diverse vicissitudini, tra cui il conflitto di successione tra Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona.
Fu restaurato più volte, prima nel 1610 e successivamente nel 1646 da Cosimo Fanzago e Bartolomeo Picchiatti, che probabilmente realizzarono lo scalone monumentale. Durante il periodo della peste del 1656, fu usato come deposito di cadaveri; nel 1688, a seguito di un terremoto, il palazzo fu ristrutturato da Antonio Maria Vincenti.
Nel 1797, cessò di essere sede dell’ambasciata veneta a Napoli e, dopo l’impero austriaco, il palazzo fu acquistato dal giurista Gaspare Capone, che apportò modifiche per adeguarlo ai gusti dell’epoca, includendo la costruzione della casina pompeiana al piano nobile. Nel XIX secolo, il palazzo passò alla famiglia Tixon.
Il palazzo presenta un portale in piperno semplice e un atrio a volta ribassata, con lo stemma dei Capone dipinto sulla volta. Il cortile ha una struttura su tre facciate, con uno scalone monumentale che si sviluppa lungo il lato sinistro, caratterizzato da tre rampe che si affacciano sul cortile attraverso archi a tutto sesto. La casina pompeiana, aggiunta nel periodo neoclassico, è una costruzione elegante con colonne doriche e un ampio timpano. Nel giardino annesso si trova anche una piccola cappella della Madonnina.
Riaperto al pubblico nel 2009, il palazzo è diventato un importante centro culturale e artistic: oggi, parte del palazzo è visitabile come appartamento storico e ospita mostre permanenti e temporanee di arti applicate.
Inoltre, offre una rassegna di musica classica e organizza eventi e mostre per promuovere la cultura locale.
Palazzo Carafa della Spina
Il palazzo Carafa della Spina, noto anche come palazzo Acquaviva d’Aragona, situato al civico 45, è oggi una delle testimonianze più significative dell’architettura barocca e settecentesca della città. rappresentando quindi un esempio di grande importanza nell’architettura napoletana, testimoniando l’evoluzione dei gusti e delle tendenze artistiche dal Rinascimento al Barocco e al Settecento.
Alla fine del XVI secolo, Fabrizio Carafa della Spina, principe di Butera e Roccella, acquistò un palazzo con giardino che apparteneva ad Andrea Matteo IV Acquaviva d’Aragona, secondo principe di Caserta, decidendo di demolire l’edificio preesistente per costruirne uno nuovo, probabilmente su disegno di Domenico Fontana.
Successivamente, nel XVIII secolo, il palazzo fu rimaneggiato e restaurato, con il rifacimento del sontuoso portale d’ingresso, attribuito a un architetto anonimo. Alcuni studiosi lo hanno ricondotto a Martino Buonocore, mentre altri lo associano a Ferdinando Sanfelice, noto per altri portali barocchi come quello del vicino palazzo Filomarino.
Il portale monumentale del palazzo è uno dei più imponenti della città. Realizzato in piperno, è caratterizzato da massicci piedritti modanati che terminano in mascheroni ad altorilievo. Sull’architrave marcapiano si trovano ampie volute che sorreggono due satiri, utilizzati come cariatidi per supportare il balcone del piano nobile. Tra i satiri spicca lo stemma della famiglia Carafa della Spina. Le colonne del portale sono arricchite da volti scolpiti, probabilmente di figure legate alla committenza, e da sculture in marmo che raffigurano mostri marini con le fauci spalancate, impiegati simbolicamente per spegnere le torce.
Il cortile del palazzo è decorato con elementi in piperno e presenta fittoni decorativi. Al suo interno, appena superato l’androne, si sviluppa un maestoso scalone monumentale che si affaccia sul cortile tramite due ampi archi a tutto sesto, seguendo l’andamento della scalinata che si eleva fino al piano nobile.
Casa professa dei Padri gesuiti

La Casa Professa dei Padri Gesuiti è un edificio storico situato al civico 2 adiacente alla Chiesa del Gesù Nuovo; costruita a partire dal 1608, questa struttura fu progettata dall’architetto Agazio Stoia per ospitare la residenza dei Gesuiti e i servizi annessi, come il collegio, la biblioteca, l’infermeria e il refettorio.
Il nome “Casa Professa” deriva direttamente dalla struttura organizzativa della Compagnia di Gesù; nell’ordine gesuitico, le “case professe” erano residenze destinate ai “Padri Professi”, ovvero quei membri che, oltre ai tre voti canonici di povertà, castità e obbedienza, ne pronunciavano un quarto: l’obbedienza speciale al Papa. Questo quarto voto distingueva i Padri Professi dagli altri membri dell’ordine e conferiva loro un ruolo particolare all’interno della Compagnia.
Il complesso è parte integrante della cosiddetta Insula Gesuitica, che comprende anche la Chiesa del Gesù Nuovo e il Palazzo delle Congregazioni; i lavori di costruzione si protrassero fino al 1684, con l’aggiunta della biblioteca nel Settecento . L’edificio presenta un ingresso principale su via Benedetto Croce e un altro su via San Sebastiano.
Dopo l’espulsione dei Gesuiti nel 1860, l’edificio fu confiscato e destinato a uso scolastico; nel 1861 vi fu fondato il primo istituto magistrale di Napoli, che dal 1923 porta il nome di Eleonora Pimentel Fonseca, in onore della patriota e intellettuale napoletana del XVIII secolo . Oggi, l’edificio ospita il Liceo Statale Eleonora Pimentel Fonseca, un’istituzione educativa che continua la tradizione di formazione iniziata dai Gesuiti.
Altre informazioni di interesse
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Link utili
Come arrivare a via Benedetto Croce
Fonti
wikipedia.org
Le strade di Napoli – Gino Doria
Le Strade di Napoli – Romualdo Morrone
Foto: fonte Flickr.com
Palazzidinapoli.com (Palazzo Tufarelli)
wikipedia.org (Palazzo Filomarino e Casa professa)
palazzovenezianapoli.com (palazzo Venezia)


