‘E paparelle

Non lasciatevi fuorviare dall’immagine in copertina: qui i simpatici pennuti c’entrano poco, visto che parliamo di soldi!

Nel napoletano – parlato e scritto – il tema del denaro è sempre stato preso molto sul serio… e molto alla leggera allo stesso tempo, tanto che, nei secoli, si sono accumulate decine e decine di parole per chiamare i soldi senza mai nominarli davvero. Qualcuno si è pure divertito a contarle, superando tranquillamente quota sessanta: praticamente un vocabolario parallelo dedicato solo ai “pezzi”.

Si parte da abbrunzo, che sa di metallo e richiama le vecchie monete bronzee; poi spunta agresta, come l’uva acerba delle prime stampe spagnole del Cinquecento; e c’è pure l’ironica acquavite, perché – si sa – pochi sorsi di liquore rinvigoriscono, ma un bel gruzzolo risolleva anche gli spiriti più bassi.

Arrivano poi i soldi come balsamo (agniento), quelli che curano ogni male (aruta, “aruta ogne male stuta”), e quelli che odorano proprio di Francia come argiamma, figlio del più chic argent.
E da qui parte la carrellata: bisante, boragna, chiuove, cianfrone, ciaraffe, cicere, crespielle, crie, cuocciole, dummineche, fajenze, filusce, frisole, fasule, furmelle, gigliati, gliuommero, grano, manteca, maglie, medaglie, miglio, mignòle… un’orgia linguistica che sa di banchi, mercati, zecche, botteghe e piccole furbizie quotidiane.

La lettera P poi è regina assoluta.
Ci trovi patane, parola multitasking: tubero, vagina in gergo, e – va da sé – pure denaro; papagne, che richiama sia i papaveri sia gli schiaffoni stordenti, perfetti per descrivere l’effetto “calmante” dei soldi; parpagnole, nate da “farfalle”, perché i soldi svolazzano via con una rapidità straordinaria; patacche, monete grandi ma di poco valore (come certe decorazioni un po’ pacchiane); penne, monete leggere come piume, usate anche nel proverbio “Miéttele nomme penna!”, quando qualcosa vola via e non c’è speranza di rivederla.

E ancora picciule, gli spicci; pennacchie, versione più pepata delle penne; purchie, prubbeca, antiche monete poi diventate sinonimi generici di soldi; e un ultimo termine modernissimo di ritorno: sfardelle, dal più nobile ferrantelle, le monete di Ferrante d’Aragona, poi degradate a parola popolare e un po’ ruvida che oggi indica banconote e mazzette.

Tra tutti però ce n’è uno che merita un discorso a parte: ‘e paparelle.
Oggi nel napoletano la parola si usa per indicare con furbizia e un pizzico di tenerezza il denaro, come se fossero delle piccole paperelle che nuotano nel portafogli. Ma non c’entra nulla – curiosamente – con i pulcini dell’anatra.

La storia è un’altra, ed è molto più bella. Il termine pare derivare da Aurelio Paparo, un ricchissimo benefattore che, insieme a un certo Nardo di Palma, fondò un Monte di Pietà per aiutare i poveri e contrastare l’usura. La figlia Luisa seguì la stessa via, fondando un conservatorio destinato a donne povere e abbandonate. Il popolo, affezionato e creativo come sempre, battezzò quelle donne “paparelle”, e il nome passò poi alla strada dove sorgeva l’istituto… e, infine, al denaro stesso.
Perché? Semplice: i Paparo erano noti per distribuirne parecchio. E quando di soldi ce n’è, il popolo non dimentica.

Che siano cicere, frisole, fajenze, pacchette, sfardelle o – romanticamente – paparelle, resta un fatto: a Napoli il danaro non è mai solo “soldi”: è immaginazione, ingegno linguistico, storia, ironia e, soprattutto, vola via in un attimo.

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