“Ferito a morte”: Capri, il mare e la fuga da Napoli

Nel 1961, con la pubblicazione di Ferito a morte, Raffaele La Capria ha regalato alla letteratura il ritratto definitivo di una specifica anima partenopea: quella legata al mito mancato della giovinezza e a una bellezza così straripante da farsi quasi stordimento.

Al centro del romanzo c’è un’immagine potente, quella della carta moschicida: quell’insieme di pigrizia, splendore naturale, retorica rassicurante e dolci abitudini che incolla i cittadini a un’idea immutabile della città, impedendo loro di crescere, di agire e, in definitiva, di salvarsi.

La vicenda si sviluppa nello spazio temporale di una sola mattinata del 1954, durante una battuta di pesca subacquea nelle acque cristalline di Capri. Da quel momento preciso, la narrazione si dilata attraverso i ricordi del protagonista, Massimo De Luca, e della sua cerchia di amici, i “giovani leoni” del Circolo Italia. È una gioventù dorata che trascorre le giornate tra discussioni futili, amori passeggeri e il culto assoluto del mare, mentre fuori da quel paradiso il mondo cambia e la speculazione edilizia inizia a ferire le coste.

La Napoli che emerge da queste pagine non è quella dei vicoli bui, ma quella della luce accecante di Palazzo Donn’Anna e del riverbero del golfo. È un luogo dove la bellezza è così totale da provocare una sorta di paralisi dell’anima, un’incapacità cronica di tradurre le proprie aspirazioni in azioni reali.

Per non soccombere a questa dolce inerzia, Massimo compie la scelta più dolorosa: decide di fuggire a Roma.

Tuttavia, la sua fuga si rivelerà un esilio interiore. Allontanarsi fisicamente non basta a spezzare il legame, e il protagonista rimarrà per sempre, appunto, “ferito a morte” da quel paradiso perduto.

La Capria compie un miracolo stilistico facendo muovere la scrittura come il flusso delle onde e della memoria, raccontando con struggente lucidità l’ambivalenza del rapporto con la propria terra: un amore viscerale che, se non compreso, rischia di trasformarsi in una splendida gabbia dorata.

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