“Ha tirato ’a sciaveca” (o “Sta tiranno ’a sciaveca”)

Letteralmente: Ha tirato la sciabica / Sta tirando la sciabica.

Nella pratica quotidiana, però, queste espressioni non c’entrano quasi mai col mare: si usano per prendere bonariamente in giro chi, dopo aver fatto un lavoretto da niente – tipo spostare una sedia o soffiare via una briciola – si atteggia come se avesse appena trascinato a riva un peschereccio intero.
Insomma, è il modo napoletano per dire: “Calma, guagliò: non hai salvato il mondo, hai solo svitato una lampadina”.

La sciaveca, infatti, è una rete da pesca bella tosta: enorme, con un saccone centrale, ali laterali e una sfilza di sugheri per farla galleggiare. I pescatori la calano vicino alla riva e poi, piegati in due e con l’acqua che arriva… diciamo a livello “chiappe in ammollo”, la tirano con una fatica degna di un film epico.
Da qui anche l’altra espressione Stà cu ‘e ppacche dinto a ll’acqua, che indica non solo la fatica immensa, ma pure una certa miseria di fondo legata, almeno nell’immaginario popolare, al mestiere del pescatore.

Curiosità linguistica per gli appassionati: sciaveca viene dall’arabo shabaka, passando dallo spagnolo xabeca, e da lì al toscano sciabica. Le pacche, invece, sono semplicemente le natiche (e anche, in senso figurato, gli spicchi della frutta): parola dal latino medievale pacca, con eco longobarda.

Ma non è finita qui.
A Napoli, nell’Ottocento, sciàveca diventò anche il nome di una pratica missionaria piuttosto creativa del sacerdote Vincenzo Romano (poi santo), che girava con il crocifisso in mano e, appena vedeva un gruppo di persone, improvvisava una mini-predica sul posto. Se qualcuno abboccava – è proprio il caso di dirlo – lo accompagnava in chiesa.
La metafora era così calzante che quelle sue prediche lampo vennero chiamate proprio “a sciàveca”: una mega rete per pescare anime, come Gesù stesso aveva detto a Pietro: “Ti farò pescatore di uomini”.

L’idea ebbe talmente successo che i sacerdoti teatini finirono tutti per essere chiamati “chille d’ ’a sciaveca”.
Con grande confusione, tra l’altro, per alcuni studiosi che arrivarono persino a credere (per errore!) che l’ordine dei teatini fosse specializzato… nella pesca con la rete.

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