Ci sono massime popolari che, dietro una facciata apparentemente assurda o grottesca, nascondono una profondità psicologica e sociale disarmante: una delle più celebri e taglienti sentenze del repertorio partenopeo recita: A ccarocchie a ccarocchie Pulicenella accerette ’â mugliera (A suon di piccoli colpi sulla testa Pulcinella uccise la moglie).
Ad litteram l’immagine è surreale e feroce: la maschera più famosa del mondo che toglie la vita alla consorte (’a mugliera, dal latino volgare muliere-m) non con un gesto d’impeto o un’arma micidiale, ma infliggendole una serie infinita e costante di piccoli colpi secchi sul capo. Nel quotidiano, questo modo di dire viene usato come un saggio e severo avvertimento: anche i danni più lievi, le piccole mancanze ripetute nel tempo o le vessazioni goccia a goccia, apparentemente risibili se prese singolarmente, alla fine si accumulano fino a provocare un danno irreparabile o una catastrofe totale.
Per capire la dinamica del paradosso, vale la pena soffermarsi sulla parola carocchia: non si tratta di uno schiaffo generico, ma di un colpo ben preciso e doloroso: il classico “nocchino” assestato sulla testa dall’alto verso il basso con le nocche della mano serrata a pugno. Sebbene l’orecchio popolare l’abbia talvolta accostata al latino crotalum (la nacchera, per via del suono secco), l’etimologia più accreditata ci riporta al greco karà (testa), passata attraverso un latino regionale *caroclu-m con il tipico esito fonetico in cui il nesso “cl” si trasforma in “ch” (esattamente come clavu-m diventa chiuovo).
Ma perché la tradizione ha scelto proprio Pulcinella come protagonista di questa tortura invisibile? La risposta sta nella natura stessa della maschera, che nella Smorfia occupa il numero 75 (anche se nel sentire comune incarna il buffone, il pagliaccio o l’uomo senza una definita personalità). Pulcinella rappresenta l’anima più profonda, contraddittoria e primitiva del popolo, è l’ultimo della scala sociale: debole, affamato, oppresso dai potenti, ma dotato per compensazione di una furbizia eccezionale capace di risolvere ogni guaio. Non ha tratti fissi: può essere codardo o prepotente, generoso o vigliacco. Il popolo gli ha affidato il compito di riassumere l’intera realtà umana, senza sconti: la miseria e l’eroismo.
La storia di questa figura si perde nella notte dei tempi, tanto che persino giganti della cultura come Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo e Anton Giulio Bragaglia hanno indagato sulle sue origini senza arrivare a una certezza assoluta. C’è chi fa derivare il nome dal latino pullicenu-m (piccolo pulcino), per via del naso adunco e della voce chioccia e pigolante dei primi attori; chi evoca la figura secentesca di Puccio d’Aniello, un contadino di Acerra dal volto brizzolato che si unì a una compagnia di teatranti; e chi ne attribuisce la paternità ufficiale a Silvio Fiorillo, attore che nei primi del Seicento portò la maschera sulle scene nella sua commedia La Lucilla costante. Al di là delle ipotesi, il legame più affascinante resta quello con il Maccus delle antiche commedie atellane d’epoca romana, segno di una continuità culturale millenaria.
Il momento di massimo splendore del personaggio coincide con l’età dell’oro del teatro napoletano tra il Sei e il Settecento, quando la città divenne una delle capitali culturali d’Europa. Accanto al San Carlo nacque il mitico teatro San Carlino, tempio della prosa dialettale e della commedia dell’arte. Il palcoscenico vide sfilare interpreti immensi, primo fra tutti Antonio Petito (1822–1876): un genio quasi analfabeta capace di scrivere e interpretare capolavori assoluti nei panni della plebe smargiassa e dissacrante. Dopo di lui, e nonostante la grandezza di maestri come Salvatore De Muto e Gianni Crosio, il Pulcinella teatrale ha imboccato la via del declino, costretto nei binari rigidi di un copione scritto che ne ha smorzato l’improvvisazione.
Eppure, Pulcinella non è morto. Se nei teatri ufficiali si è istituzionalizzato, ha conservato intatta la sua straordinaria forza primordiale nelle strade, grazie all’antichissima arte delle guarattelle (i burattini tradizionali, il cui nome è una deformazione di guattarelle, cioè “acquattate”, nascoste dietro il telo della struttura). Lì, nel contatto diretto e ravvicinato con il pubblico dei vicoli, Pulcinella continua ancora oggi ad agitare il suo bastone, a parlare con la sua voce di pulcino e a distribuire le sue sonore carocchie, ricordandoci con ironia che sono sempre i piccoli colpi quotidiani a cambiare il corso della storia.


