C’è un’eco lontana che risuona ancora oggi nelle piazze assolate del Sud Italia, tra i vicoli stretti di Napoli, nei mercati vivaci della Sicilia e nei borghi addormentati della Calabria. Non è il richiamo di una campana, né il brusio di un vento passeggero, ma la voce della storia, quella del Regno delle Due Sicilie, che non è rimasta imprigionata nei libri di testo polverosi, ma pulsa vivida nella memoria popolare, nei proverbi, nelle canzoni e nei racconti tramandati di generazione in generazione.
Dal 1° settembre vi proporremo la storia dei Re di Napoli, mettendo in risalto l’ultimo periodo, quello borbonico, che di fatto chiuse la storia della monarchia a Napoli, una storia che, anche se sono passati quasi due secoli, è sempre viva nel ricordo dei napoletani.
L’epoca borbonica, con le sue luci e le sue ombre, i suoi fasti e le sue contraddizioni, ha plasmato l’identità di un popolo, lasciando un’impronta indelebile che resiste al tempo e ai cambiamenti; non si tratta di nostalgia acritica, ma della fascinazione per un periodo che, nel bene e nel male, ha definito gran parte del Mezzogiorno d’Italia.
La saggezza antica nei proverbi e nelle espressioni
I proverbi, le espressioni e i modi di dire sono perle di saggezza condensate, capsule del tempo che racchiudono esperienze e visioni del mondo e nel Sud Italia molti di essi ci riportano direttamente ai tempi del Regno.
Proviamo a ricordarne alcuni, pur consapevoli che altri afferiscano al periodo storico e che ci riserviamo di trovare e proporre.
- “Chi nun è bbuono p’ ‘o Rre nun è bbuono manco p’ ‘a Riggina”
Ad litteram: Chi non è buono per il Re non è buono nemmeno per la Regina.
Significato: Chi viene scartato alla visita di leva spesso non è un buon amante.
(Vedi anche “Chi nun è bbuono p”o Rre nun è bbuono manco pe mme” e “Chi nun è bbuono a fà ‘o surdato, ‘a mugliera s”a fottene“. - “Me pare ‘a Guardia Naziunale d’ ‘o Sissanta”
Ad litteram: Sembra la Guardia Nazionale del sessanta!
Significato: Così si definisce un’accozzaglia eterogena di persone del tutto disorganizzata. L’espressione prende spunto dalla leva del 1860 quando Garibaldi entrò a Napoli, trovando un esercito disorganizzato e allo sbando. - “Fa’ ‘a fine d’ ‘e Gguardie Reggie, ca se spugliajeno e ‘e vatteteno”
Ad litteram: Fare la fine delle Guardie Regie, che si spogliarono e furono picchiati.
Significato: L’espressione si usa in tutte quelle situazioni in cui una pretesa autorità fa una fine ingloriosa, come quella occorsa alle guardie regie borboniche di stanza a Palermo che, durante la rivoluzione siciliana del 1848, furono assalite dai rivoltosi, denudate e picchiate. - “Capurà è mmuorto ‘alifante!”
Ad litteram: Caporale è morto l’elefante!
Significato: Si suggerisce all’interlocutore di non darsi più arie, essendo venuto meno il motivo di tale suo atteggiamento. La genesi risale alla seconda metà del ‘700, quando il re Carlo di Borbone ricevette in dono un elefante. L’animale fu affidato a un caporale, che grazie all’incarico si diede grandi arie. Alla morte dell’elefante, il caporale perse le sue prerogative e il popolo, sarcasticamente, gli suggerì di “acalà ‘e scelle” (volare basso).
Avete anche voi qualche caporale a cui rivolgere la raccomandazione? - “E sempe Carulina e sempe Carulina”
Letteralmente: E sempre Carolina, e sempre Carolina…
Significato: L’espressione si riferisce a situazioni ripetitive o noiose. Si narra che Ferdinando I di Borbone la usasse per giustificare le sue scappatelle amorose. “Carolina” era Maria Carolina d’Austria, la quale, conscia della situazione, ripagava il fedifrago con la stessa moneta. A Napoli, la frase è stata ripresa da chi, per noia o scarso interesse, decide di concedersi qualche momento di svago. - “Ferdinando d’ ‘e cane”
Ad litteram: Ferdinando dei cani.
Significato: L’espressione si riferisce a Ferdinando IV di Borbone, noto per la sua grande passione per la caccia e i suoi numerosi cani. Il re trascorreva molto tempo nelle riserve reali, mostrando più interesse per queste attività che per gli affari di Stato. L’espressione descrive una persona che si dedica con grande passione alla caccia e ai cani, fino a diventare una caratteristica distintiva, estendendosi a descrivere una persona con tratti simili al re, come una certa rudezza o una vita spensierata. - “Quanno Maria Sufia torna a ppalazzo”
Ad litteram: Quando (la regina) Maria Sofia torna a palazzo.
Significato: Si tratta di una cosa che non si verificherà mai, come il ritorno sul trono di Maria Sofia di Wittelsbach, moglie di Francesco II, ultima regina di Napoli, dopo la loro fuga nel 1860. Maria Sofia era sorella di Sissi (Elisabetta di Baviera), imperatrice d’Austria. - “Ll’esercito ‘e Francischiello”
Ad litteram: L’esercito di Francischiello.
Significato: Frase rivolta a gruppi di persone che, mancando di un’organizzazione e di una guida convincente, vanno alla deriva, magari facendo danni. - “Pare ‘a nave ‘e Franceschiello: a poppa cumbattevano e a prora nun ‘o ssapevano”
Ad litteram: Sembra la nave di “Francischiello”: a poppa combattevano e a prua non lo sapevano.
Significato: Indica una situazione in cui la disorganizzazione e la confusione regnano sovrane. - “Facite ammuina!”
Questa celebre espressione, spesso attribuita a un inesistente “Regolamento della Real Marina Borbonica del 1841”, è in realtà un falso storico. Il testo apocrifo recitava: “All’ordine “Facite Ammuina!”: tutti chilli che stanno a poppa vanno a prora, chilli che stanno a destra vanno a sinistra e chilli che stanno a sinistra vanno a destra, tutti chilli che stanno abbascio vanno ‘ncoppa e chilli che stanno ‘ncoppa vanno abbascio passanno tutti p’o stesso pertuso. Chi nun tiene niente ‘a fà, s’aremeni a ccca e a llà”.
La genesi di questa leggenda è incerta: alcune teorie la collegano a un ufficiale napoletano che, passato ai piemontesi, istruì il suo equipaggio a “fare ammuina” per simulare operosità. Altre la attribuiscono all’ambiente goliardico dei cadetti napoletani. È importante sottolineare che il regolamento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie era in italiano e non conteneva tale articolo, né i firmatari menzionati sono mai esistiti. L’espressione, comunque, è diventata sinonimo di grande confusione o attività inutile. Come disse il cardinale Carlo Carafa, “Vulgus vult decipi, ergo decipiatur” (“Il popolo vuole essere ingannato, e allora sia ingannato”). Così va il mondo! - “Fa ‘o surdato d’ ‘o Rre”
Significato: In alcune zone della Campania, non indicava orgoglio marziale, ma piuttosto una condizione di miseria e precarietà. Molti giovani, arruolandosi nell’esercito borbonico, cercavano una via di fuga dalla povertà, una speranza di pasto assicurato, anche se significava una vita di stenti e sacrifici. Un’immagine che svela una verità amara dietro la facciata del potere.
Armonie e storie: le canzoni del popolo
La musica, si sa, è l’anima di un popolo. E nelle canzoni popolari, siano esse ninne nanne, canti di lavoro o serenate, l’eco borbonica è potente. Molte delle villanelle napoletane e delle tarantelle pugliesi o calabresi, pur avendo radici antiche, hanno attraversato e assorbito l’atmosfera del Regno. Ascoltare le altre canzoni che narrano di briganti, di amori sfortunati o della vita nei campi, è come fare un tuffo in un passato non così remoto, dove la presenza del re e delle sue leggi, seppur lontana, incideva sulla quotidianità.
Persino in canti che oggi sembrano innocui, come alcune filastrocche per bambini, è possibile ritrovare piccole tracce di quel mondo, frammenti di un lessico o di una mentalità che affondano le radici nell’epoca preunitaria.
Ecco alcune canzoni che, direttamente o indirettamente, si riferiscono a quell’epoca:
- “Inno al Re delle Due Sicilie” (di Giovanni Paisiello): Questo è l’inno ufficiale del Regno delle Due Sicilie. Sebbene non sia una “canzone popolare” nel senso stretto del termine (era un inno di corte), è un brano che rappresenta musicalmente l’epoca borbonica e veniva eseguito in occasioni ufficiali. Il testo celebra il Re Ferdinando.
- “Lo Ciuccio de Cola” (1850, di Migliorato e Biscardi): Questa è una canzone popolare divertente che racconta le avventure dell’asino Zuccariello e del suo padrone Nicola. Sebbene non parli direttamente dei Borboni, la sua data di composizione (1850) la colloca pienamente nel periodo del Regno delle Due Sicilie, offrendo uno spaccato della vita quotidiana e della cultura dell’epoca.
- “Fenesta Vascia”: Sebbene le sue origini siano dibattute e probabilmente antecedenti all’epoca borbonica (alcuni la collocano già nel ‘700), è una delle canzoni napoletane antiche più celebri e malinconiche, che ha continuato a essere cantata e tramandata durante tutto il periodo borbonico e oltre, diventando un simbolo della canzone d’amore partenopea di quel tempo.
- “Palummella zompa e vola”: Le origini di questa celebre canzone sono dibattute, con la melodia risalente al XVIII secolo e il testo attribuito a Domenico Bolognese (1869) o Teodoro Cottrau (1873). Sebbene il significato originale sia quello di una canzone d’amore in cui una colomba porta un messaggio all’amata, “Palummella” ha acquisito nel tempo anche connotazioni politiche. La sua adattabilità ha permesso che venisse interpretata come un canto di protesta o di nostalgia per la libertà perduta, sia contro i Borbone (come mostrato in alcune rappresentazioni popolari, ad esempio nel film “Ferdinando I° re di Napoli” dove Eduardo De Filippo la usa in chiave satirica contro il re), sia, più probabilmente, contro i Savoia e il nuovo Regno d’Italia, esprimendo il rimpianto per l’indipendenza del Regno delle Due Sicilie.
- Il Canto dei Sanfedisti reso celebre dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare (NCCP): Il “Canto dei Sanfedisti” è intrinsecamente legato alla restaurazione borbonica e alla fine della Repubblica Napoletana del 1799. Infatti, il movimento sanfedista, guidato dal Cardinale Ruffo, aveva proprio come obiettivo quello di rovesciare la neonata Repubblica Partenopea (sostenuta dai francesi) e riportare sul trono Ferdinando IV di Borbone. Il canto era l’inno di questo movimento e quindi celebrava la causa borbonica e la sua vittoria, che culminò con la caduta della Repubblica e il ritorno dei Borboni a Napoli.
- “Te voglio bene assaje” (1835): Spesso considerata la prima “canzone napoletana” moderna, fu presentata per la prima volta alla Festa di Piedigrotta. Sebbene sia una canzone d’amore, la sua nascita e il suo enorme successo la collocano come un simbolo dell’effervescenza culturale e musicale della Napoli borbonica, influenzando la canzone napoletana successiva.
- Canti del Brigantaggio e dell’Unità: Molte canzoni popolari, pur non menzionando direttamente i Borboni, riflettono il clima politico e sociale del periodo dell’Unità d’Italia e il fenomeno del brigantaggio, che fu una reazione (anche filo-borbonica) all’annessione al Regno d’Italia. Canzoni come “Brigante se more” (sebbene rielaborata in tempi più recenti) o “MalaUnità” (di Eddy Napoli) e altre di Eugenio Bennato (“Mille”, “Ninco Nanco”) sono esempi moderni che rievocano quel periodo di scontro e lealtà verso i Borboni o la resistenza all’invasore.
Queste canzoni offrono uno spaccato della società, dei sentimenti e delle vicende che hanno caratterizzato il Regno delle Due Sicilie, sia attraverso brani direttamente legati alla corte, sia attraverso la musica popolare che ne rifletteva la quotidianità e le trasformazioni.
Il Regno delle Due Sicilie non è solo un periodo storico da studiare, ma una presenza viva che si manifesta nel linguaggio, nelle melodie e nelle leggende del Sud Italia.
È la prova che la storia, quella vera, non è confinata alle pagine dei libri, ma pulsa nelle vene di un popolo, nel suo modo di parlare, di cantare e di sognare.
Note
In copertina, “Ritratto di Carlo di Borbone (Carlo VII di Napoli) in abiti da corte · Museo di Capodimonte”


