Il viceré delle anime: la leggenda di padre Gregorio Maria Rocco, l’ombra luminosa di Napoli

Esistono uomini che non appartengono solo alla storia, ma alla topografia stessa di una città. Se si cammina oggi per i vicoli di Napoli e ci si imbatte in un’edicola votiva che rischiara un angolo buio, non si sta guardando solo un segno di devozione, ma il riflesso di un uomo che Alexandre Dumas definì “più potente del Sindaco, dell’Arcivescovo e anche del Re”. Quell’uomo era Gregorio Maria Rocco, al secolo Antonio Maria, nato nel 1700 tra il profumo di filo e bottoni della bottega paterna e destinato a diventare l’arbitro dei destini di un intero popolo.

L’apostolo dei lazzaroni

Cresciuto sotto la guida dei Gesuiti ma conquistato dal bianco e nero dell’abito domenicano, Padre Rocco non era un teologo da poltrona. La sua cella era la strada, il suo pulpito i “fondachi” più miseri, la sua missione la carne viva dei lazzaroni. Con una corona del rosario che usava, se necessario, come frusta per castigare i peccatori, si immerse negli angoli più bui della capitale del Regno, dove la legge non arrivava ma la sua voce sì. Era l’unico capace di parlare alla pari con Carlo III di Borbone la mattina e di sedare una rivolta di plebe affamata il pomeriggio. Era, per antonomasia, l’uomo del Popolo presso la Corte e l’uomo della Corte presso il Popolo.

La luce nata dalla fede

L’impresa più celebre di Padre Rocco fu una sfida all’oscurità, sia fisica che morale. Nella Napoli del XVIII secolo, la notte apparteneva ai malviventi. I tentativi del governo di illuminare le strade con lampade ad olio erano falliti: i lampioni venivano distrutti dai banditi per poter operare nel buio. Padre Rocco, con l’astuzia di chi conosce l’anima del suo popolo, suggerì al Re una strategia diversa: non usare la forza della legge, ma la potenza della fede.

Fece affiggere centinaia di immagini sacre, le famose edicole votive, sui muri della città, invitando i cittadini ad accendere un lumino ogni sera davanti alla Vergine: nessun ladro avrebbe mai osato distruggere una lampada posta a presidio della “Mamma Schiavona” o di “Santa Maria Scala Coeli”.
Fu così che Napoli, senza gravare sulle casse del Regno, si illuminò di una luce diffusa e protettrice. È in quel chiarore tremolante che nacque l’augurio che ancora oggi risuona tra i napoletani: “’A Maronna t’accumpagna“.

L’architetto della carità

Il suo carisma non si limitò ai lumini: fu lui a sussurrare nell’orecchio di Carlo III la necessità di un luogo che desse dignità ai diseredati, ispirando la costruzione del colossale Real Albergo dei Poveri, affidato al genio di Ferdinando Fuga. E quando la morte nera della carestia e dell’epidemia colpì la città nel 1764, Padre Rocco non si ritirò in preghiera solitaria, ma costruì baracche al ponte della Maddalena, curando gli infermi con acqua di mare e dignità. Anticipando persino i decreti napoleonici, convinse Ferdinando IV a creare il cimitero di Santa Maria del Popolo fuori dalle mura, perché i vivi non dovessero più convivere con l’odore della morte nelle cripte delle chiese.

Padre Rocco e la nascita della tombola

Ma fu anche causa indiretta della nascita della tombola. L’azzardo aveva sempre attirato il popolo partenopeo, qualsiasi fosse la posta messa in gioco: dai generi alimentari di prima necessità, alle stoffe fino al danaro  e talvolta persino gioielli: l’ultimo arrivato trovò, pertanto, terreno fertile: agli inizi fu gestito da società private; poi, nel 1733, Padre Rocco , discusse a lungo sulla lotteria: Carlo III voleva l’ufficializzarla, Padre Rocco la definiva “ingannevole e amorale diletto”. Alla fine, giunsero al compromesso di rendere pubblico il gioco, ma vietarlo durante le festività natalizie, dedicate alla famiglia e alla preghiera.

I Napoletani, però, per poter giocare anche a Natale, idearono 90 tasselli, uno per numero; crearono un cestello di vimini (‘o panariello), che riempirono con i tasselli; il cestello coi numeri veniva agitato con capovolte (tombola, da capitombolo, che è un salto fatto col capo all’ingiù. per poi ritornare col capo all’insù) dal giocatore-cummannante; infine, furono disegnate le combinazioni dei 90 numeri su alcune “cartelle”: i giocatori, acquistate una o più di esse, coprivano con un fagiolo o una qualsiasi piccola pedina (o bucce di agrumi, resti delle scorze della frutta secca, pezzi di stoviglie andate in frantumi) i numeri di volta in volta estratti.

Il Santo che fermò il fuoco

La sua leggenda divenne mito durante le eruzioni del Vesuvio. Nel 1767 e nel 1779, mentre la lava minacciava di inghiottire le case, fu Padre Rocco a sfidare l’autorità dell’arcivescovo Filangieri, convincendolo a portare in processione il busto di San Gennaro. Si dice che il Frate, con lo sguardo fisso verso il vulcano, parlasse al Santo come a un amico, esigendo il miracolo che puntualmente avvenne, fermando il fiume di fuoco.

L’ultimo sorriso

Nonostante le calunnie dei nemici gelosi e gli esili temporanei, Padre Rocco rimase fedele alla sua Napoli fino all’ultimo respiro. Si spense il 2 agosto 1782, sfinito da una vita spesa a “ridurre le meretrici alla penitenza” e a perseguitare il vizio del gioco. Morì con un sorriso, ripetendo il desiderio di “sciogliersi per essere con Cristo”.

Oggi, di Padre Rocco resta l’anima di una città che sa trovare la luce nel buio e la carità nel caos. Ogni volta che una luce brilla in un vicolo di Napoli, l’ombra del grande Domenicano continua a camminare accanto al suo popolo, ricordandoci che la vera potenza non sta nel comando, ma nel farsi ponte tra gli ultimi e l’eterno.


Fonti:

  • Wikiedia.org

  • Treccani.it
  • Ricerche etimologiche e storiche a cura di Gabriella Cundari (FB).

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