Molto prima del successo globale della tetralogia dell’Amica geniale, l’esordio di Elena Ferrante traccia i confini di una Napoli claustrofobica, viscerale e speculare ai traumi delle sue protagoniste. Il romanzo si apre con la morte misteriosa di Amalia, annegata in mare, e segue il viaggio a ritroso della figlia Delia in una città che non è semplice sfondo, ma un labirinto mnemonico ed emotivo che riaffiora con violenza attraverso odori, suoni e dialetto.
La Napoli della Ferrante rifiuta le cartoline del golfo e si concentra sui mezzi pubblici affollati, sui portoni bui dei palazzi umidi e sulle strade caotiche del centro storico, luoghi che riflettono la frammentazione interiore di Delia. La riscoperta della verità sulla madre coincide con il riappropriarsi di una lingua d’origine, quel napoletano rimosso a fatica durante gli anni trascorsi a Roma e avvertito inizialmente come una minaccia, come il veicolo di una violenza arcaica e maschile da cui fuggire.
La prosa è affilata, densa di una fisicità che tocca punte di autentica sgradevolezza, priva di sconti consolatori. La Ferrante scardina il mito del legame materno idilliaco e lo specchia in una città che fagocita i propri figli, offrendo un’indagine psicologica spietata dove il ritorno a Napoli si configura come una dolorosa ma necessaria discesa agli inferi per poter finalmente rinascere.


