Nato nel quartiere del Mercato a Napoli, il 18 marzo 1876, Vincenzo Russo venne alla luce in una casa umile, tra il profumo del cuoio e l’eco dei venditori del porto; suo padre Giuseppe era calzolaio, sua madre Lucia Ocurbo si occupava della casa e dei sei figli.
La povertà, le malattie e la mancanza di istruzione segnarono i primi anni della sua vita, ma nulla poté soffocare la scintilla poetica che gli ardeva dentro; frequentò corsi serali per operai, imparando da sé, leggendo e ascoltando la voce della sua città.
Dopo la morte del padre, divenne sostegno della famiglia, lavorando come guantaio e poi come usciere in teatro: fu lì che la musica cominciò a parlargli.
Nel 1894 incontrò il pianista Alberto Montagna e poco dopo Eduardo Di Capua, musicista dal talento raffinato: tra i due nacque un sodalizio destinato a scrivere la storia della canzone napoletana.
Dalle loro mani e dal cuore di Russo nacquero brani immortali, primo fra tutti I’ te vurria vasà; la leggenda racconta che nella notte del 31 dicembre 1899, febbricitante nel suo letto, Russo consegnò a Di Capua quei versi tremanti d’amore e in ventiquattr’ore la musica prese vita, e la canzone fu subito presentata al pubblico.
Dietro quelle parole si cela un amore impossibile: Enrichetta Marchese, figlia di un gioielliere, amata e irraggiungibile; la differenza sociale separava i due giovani, ma accese in Russo una fiamma creativa che divenne poesia. Nei suoi versi, semplici, intensi, popolari, Napoli si specchia: la malinconia dei vicoli, la dolcezza del sogno, il respiro dell’amore negato. La malattia, però, non gli diede tregua: afflitto dalla tubercolosi, morì a Napoli l’11 giugno 1904, a soli ventotto anni.
Poco prima, dal letto d’infermo, aveva dettato Ll’urdema canzone mia, un testamento poetico che la tradizione vuole dedicato anch’esso a Enrichetta, e che lei avrebbe poi custodito in un medaglione per tutta la vita.
Il titolo e il testo esprimono una resa poetica all’amore e alla vita che si chiude:
“Pe’ mme tutt’è fernuto.
Addio, staggione belle!
Addio, rose e viole,
I’ ve saluto!”
Il linguaggio è quello tipico di Russo: presente è la finestra, la sera, la luna, le rose, simboli del sogno infranto e dell’addio.
La canzone si configura non solo come componimento d’addio al sentimento, ma anche come epitaffio poetico per un’intera vita, per una stagione che non tornerà.
L’opera rappresenta un momento di svolta nel repertorio di Russo: chiude idealmente una carriera breve ma intensa. Come scrive una fonte: «È il suo lascito del delicato poeta alla sua amata Napoli, ai suoi colori, alla sua luce.»
Come tale, Ll’urdema canzona mia si carica di pathos, memoria e mito, divenendo un elemento fondamentale per comprendere la poetica di Russo, il suo sentimento di “fine”, il suo rapporto con l’amore e la malattia.
Ma non dimentichiamo che il suo nome, legato a canzoni memorabili come Maria Marì, Torna Maggio, Si tu turnasse e Marenà, marenà!, vive ancora oggi nelle corde e nelle voci di Napoli, le sue parole non sono reliquie del passato: sono respiro di popolo, palpito di sentimento, eco di una città che sa trasformare la sofferenza in musica.
Nel luglio 2024, la città di Napoli gli ha reso omaggio intitolandogli una strada nel quartiere Pendino. È il riconoscimento tardivo ma giusto al poeta che seppe dare voce ai sogni dei semplici, trasformando l’amore e la miseria in poesia, la vita breve in eternità.
Fonti
- Wikipedia.org
- Quinapoli.net
- Cosedinapoli.it


