Mentre i riflettori del mondo si accendono sulle nevi e sui ghiacci di Milano-Cortina 2026, il cuore di Napoli batte con un orgoglio tutto speciale. L’apertura dei Giochi Olimpici Invernali ci regala un’emozione storica: la partecipazione di Giada D’Antpnio, la prima atleta partenopea a sfidare le vette olimpiche: a lei va il nostro più grande “in bocca al lupo”, con la certezza che porterà con sé la grinta e la determinazione della nostra terra.
Ma questo legame tra Napoli e l’Olimpo non è una novità dell’ultima ora. Se oggi facciamo il tifo per i nostri atleti in mondovisione, dobbiamo ricordare che duemila anni fa era il mondo a venire da noi. Proprio tra le strade che calpestiamo ogni giorno, si tenevano i Giochi Isolimpici, una manifestazione così prestigiosa da essere considerata la “sorella gemella” di quella greca.
Mentre Giada scrive una nuova pagina di storia, noi vogliamo riscoprire quel passato glorioso in cui Napoli era la vera capitale dello sport e della cultura del Mediterraneo.
C’era un tempo in cui il mondo intero non guardava a Roma per la forza delle armi, ma volgeva lo sguardo verso il Golfo di Napoli per la nobiltà dell’ingegno e del corpo. Nel 2 d.C., l’imperatore Augusto scelse Neapolis per istituire i giochi più prestigiosi dell’Occidente: gli Italika Romaia Isolympia.
Il termine “Isolimpico” non era un semplice aggettivo, ma un certificato di garanzia: significava che le gare napoletane avevano lo stesso valore sacrale e legale di quelle che si tenevano a Olimpia, in Grecia.
La scelta di Neapolis: l’ultima polis greca
Perché proprio Napoli? Per i Romani, la città era una sorta di “Grecia in miniatura”; mentre il resto dell’Italia si latinizzava, a Napoli si parlava ancora greco, si indossava il chitone e si viveva secondo i ritmi delle fratrie, che rappresentavano l’anima pulsante della Napoli greca, fungendo da pilastri dell’organizzazione sociale e religiosa della polis.
Queste “confraternite” o “fratellanze”, basate su legami di sangue e culti comuni (come quelli degli Eumelidi o degli Artemisii), erano molto più di semplici rioni; ogni cittadino apparteneva a una fratria, partecipando ai banchetti rituali e alle decisioni politiche nelle loro sedi dedicate.
La loro forza fu tale che Napoli conservò questo sistema anche sotto il dominio romano, preservando la propria identità ellenica per secoli. Possiamo dire che le fratrie furono le antenate dei futuri Sedili nobiliari, testimoniando la millenaria attitudine della città a organizzarsi in comunità solidali e identitarie.
Ritornando a noi, Augusto, grande estimatore della cultura ellenica, volle premiare questa fedeltà istituendo una competizione che si teneva ogni cinque anni (una lustratis).
Lo cita anche Cassio Dione, storico e politico romano di lingua greca:
«Per lo stesso Augusto fu decretato a Neapolis in Campania un concorso sacro, in teoria perché la rianimò dopo che era stata afflitta dal terremoto e dal fuoco, ma in realtà perché erano gli unici tra gli abitanti dei dintorni a curare in qualche modo la cultura greca»
Musica, carri e sudore: lo spettacolo delle tre sezioni
I Giochi non erano solo una prova di forza. Il programma era diviso in tre anime:
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Gare ginniche: dalla corsa allo stadio al violento pancrazio, antenato dell’MMA, un mix micidiale di lotta e pugilato, dove l’obiettivo era sottomettere l’avversario con ogni mezzo necessario..
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Gare ippiche: spettacolari corse di carri che infiammavano i dintorni della città.
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Gare artistiche: la vera peculiarità napoletana; poeti, flautisti, attori e citaredi giungevano da Antiochia, Alessandria e dall’Asia Minore per sfidarsi. Vincere a Napoli nel canto valeva quanto vincere nella lotta a Olimpia.
Il trionfo del grano e la scoperta del Tempio
Il premio per i campioni era una corona di spighe di grano, simbolo di Demetra, la dea protettrice della città.
Il vincitore entrava a Neapolis da un varco aperto appositamente nelle mura: un onore immenso che simboleggiava come la città, protetta da tali uomini, non avesse bisogno di fortificazioni.
Per secoli, la collocazione del tempio dedicato a questi giochi è rimasta un mistero, fino al 2003; durante gli scavi per la Metropolitana di Piazza Municipio, gli archeologi si sono imbattuti in un colossale porticato e in centinaia di frammenti di marmo. Erano le lapidi dei vincitori: lunghe liste di nomi che oggi ci raccontano di atleti partiti da ogni angolo del Mediterraneo per venire a trionfare sotto il sole di Napoli.
Fonti
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Wikipedia.org
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Ministero della Cultura (Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli): relazioni tecniche sugli scavi della Linea 1 della Metropolitana di Napoli (Stazione Municipio), dove è riemerso il tempio dei Giochi.
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Miranda E., “Iscrizioni greche d’Italia. Napoli”: studio fondamentale sulle epigrafi ritrovate che elencano i nomi degli atleti e le specialità dei giochi.
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Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN): Sezione “Neapolis”, dove sono conservate le lastre marmoree del tempio e i cataloghi dei vincitori.


