Arrivato alla soglia dei settant’anni, sento il bisogno di dare voce a un’eco che insiste: lo sferragliare dei cuscinetti e le grida nelle strade e nelle piazze che ho frequentato; è una malinconica nostalgia a guidarmi, il desiderio di salvare dall’oblio quei giochi di strada che sono stati la mia (e ritengo quella di tanti altri della mia età) prima scuola di vita.
Inizia così un viaggio tra passatempi fatti di nulla e di tantissimo: ingegno, polvere e libertà. Racconterò di quando le strade erano a misura di guaglione, di quando la socializzazione avveniva relazionandosi ogni giorno, alla fine della scuola e fatte ‘e llezione â casa, (ca si no abbuscave) quelli che oggi chiamano compiti.
Parto da quel suono particolare che chi è stato ragazzo a Napoli non potrà mai dimenticare: il fragore metallico e sferragliante dei cuscinetti a sfera che mordono i basoli di pietra lavica; non era solo rumore, era l’annuncio di un arrivo imminente, il segnale che una banda di scugnizzi stava sfidando la gravità.
In quel frastuono c’era l’essenza stessa d’’o carruociolo, un prodigio di ingegneria povera capace di trasformare una semplice discesa in una pista da Formula Uno
Un’ingegneria di recupero
Antenato del bob e dello skateboard, ‘o carruociolo era una specie di carrettino con uno chassis rappresentato da un asse di legno; la progettazione era standard, ma richiedeva una ricerca meticolosa dei materiali: si andava nelle segherie per recuperare le assi giuste, si faceva visita al “meccanico di papà” per sperare in qualche cuscinetto a sfera esausto e si cercava il bullone perfetto che fungesse da perno centrale.
Il cuore del veicolo erano le quattro ruote, spesso fissate da un chiodo piantato trasversalmente per non farle “fuggire via” durante la corsa. L’asse anteriore era sterzante, governato da una funicella a mo’ di manubrio, mentre quello posteriore restava fisso per dare stabilità. E i freni? Non c’erano leve o pastiglie: il sistema frenante era affidato a due robusti freni umani, ovvero le suole delle scarpe, talvolta rinforzate con pezzi di gomma per resistere all’attrito rovente dell’asfalto.
La sfida alla gravità
La forza propulsiva era generata da una spinta iniziale di qualche volontario e, soprattutto, dal percorso ’ncoppa a ‘na scesa; che fosse in versione singola o a coppie, lanciarsi giù per le discese di Napoli richiedeva un coraggio che solo gli scugnizzi possedevano.
Il grande Ferdinando Russo ha immortalato questa passione in versi che sembrano ancora oggi accompagnare il fumo che usciva dalle ruote:
Sciascillo votta arreto a Pascalino, e Pascalino votta a Nanninella;
’o ssapone ‘int’ ’e rrote fa cammino! Sia benedetta chesta sciuliarella! …
Iammo cuonce, guagliu’! Nun tanto ’nchino, si no, lloco, pigliate ’a fuiarella,
e fenesce ‘a pazzia d’ ’o carruzzino cu’ ’na ‘nzagnata ’nfronte ’a mummarella! …
Il brivido del traguardo
Russo, con saggezza popolare, ammoniva i ragazzi a non esagerare con la pendenza (nun tanto ‘nchino) per evitare che il gioco finisse male. Ma la prudenza, si sa, non era di casa tra chi cercava il brivido della velocità.
Nonostante le raccomandazioni del poeta, spesso le corse finivano proprio così: schiattannose ‘nfaccia a ‘nu muro, rovinando a tutta velocità contro un ostacolo, tra risate, ginocchia sbucciate e quel senso di libertà che solo un pezzo di legno e quattro cuscinetti sapevano regalare.
Oggi ‘o carruociolo vive nel ricordo di chi ha i capelli bianchi e nelle parole di chi, come noi, non vuole che questa “sciuliarella” venga dimenticata.


