Sarchiapone: il gigante teatrale tra grottesco e astuzia

Tra i colori e i suoni del teatro napoletano, spicca un personaggio che ha saputo far ridere generazioni: Sarchiapone; la parola, nata come aggettivo, è presto diventata un vero e proprio nome teatrale, un’icona della comicità partenopea.

Il Sarchiapone fu anche il soggetto di uno sketch reso famoso da Walter Chiari; ma chi era in realtà Sarchiapone? Secondo i lessicografi napoletani, il termine indica un uomo corpulento, un po’ melenso, talvolta ingenuo, talvolta astuto, ma sempre percepito come “tutto di carne”, privo di particolare finezza d’ingegno. Il legame etimologico più accreditato è con il greco sarx (carne) e poiein (fare, mettere insieme), un’immagine che descrive perfettamente la figura: robusta, a tratti goffa, ma sorprendentemente vivace. L’idea che il termine possa derivare dal frate Jacopone da Todi, avanzata da alcuni studiosi, è ormai considerata infondata.

L’ingresso di Sarchiapone nel teatro avviene grazie ad  Andrea Perrucci, alla fine del XVII secolo, nella celebre “ Cantata dei Pastori”; Perrucci lo trasforma in personaggio comico: un piccolo ex-barbiere di paese, corpulento e ingenuo, affiancato da Razzullo, il suo compare illetterato, famoso per strafalcioni e per la fame atavica. In questa prima incarnazione, i due personaggi erano leggeri e giocosi, privi della volgare e grottesca caricatura che il teatro rionale avrebbe aggiunto nei secoli successivi.

Con il passare del tempo, i teatranti popolari amplificarono le caratteristiche di Sarchiapone, inserendo battute più audaci, scene esagerate e un linguaggio più triviale, fino a trasformarlo in un’icona della commedia popolare napoletana, amata e temuta per la sua comicità irriverente.

Le battute più famose, come il celebre:
“Chello ca m’abbuscaje a spaccà prete, tutto me lu frusciaje cu ‘na cecata!”,
sono il frutto di questa evoluzione teatrale, non del copione originale di Perrucci.

Il termine Sarchiapone, usato anche come aggettivo nella vita quotidiana, mantiene tuttavia il senso originale: indica l’uomo goffo, corpulento, talvolta ingenuo, talvolta furbo, ma sempre percepito con un mix di simpatia e scherno. Nel linguaggio dei più giovani, il diminutivo sarchiapunciello viene usato con affetto per bambini paffutelli o personaggi un po’ maldestri.

In sintesi, Sarchiapone non è solo un nome o un aggettivo: è la memoria vivente del teatro napoletano, la testimonianza di come l’arte popolare sappia trasformare un semplice tratto fisico in un’icona comica, capace di raccontare la città, le sue eccentricità e il suo spirito irriducibile, tra ironia e affetto genuino.

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