Il verbo scapuzzià rappresenta una delle vette più plastiche e psicologiche del lessico partenopeo, una parola capace di farsi corpo e immagine. Dal punto di vista etimologico, si tratta di un denominale derivante dal latino capitĭum, attraverso la forma tarda caputĭum (piccolo capo), a cui si aggiunge una “S” prostetica con valore durativo che ne prolunga l’azione nel tempo. Questa radice antica fiorisce nel parlato moderno in una duplice accezione che descrive due stati d’animo opposti ma ugualmente profondi della condizione umana.
Nella sua veste intransitiva, lo scapuzzià è il ritmo ipnotico del dormiveglia, il movimento oscillante di chi, privo di un appoggio comodo, si lascia vincere dalla stanchezza. È il ciondolare tipico di chi sta scapuzzianno ‘ncopp’a ‘na pultrona, una lotta silenziosa e vana contro la gravità che trascina il capo verso il petto. In questa immagine ritroviamo la Napoli della controra o quella stanca dei pendolari, un abbandono fisico che è insieme fragilità e necessità di tregua.
Tuttavia, il verbo rivela la sua natura più amara e riflessiva quando assume un valore transitivo. In questo caso, lo scapuzzià diventa l’atto di scuotere il capo in segno di rammarico, un crollare della testa che esprime un dispiacere o un cruccio che non può essere tradotto in parole. È la reazione di fronte a una situazione fastidiosa o a un’ingiustizia accettata con rassegnazione, dove il movimento orizzontale o verticale della testa sostituisce la lamentela esplicita. È il gesto di chi guarda il mondo andare a rovescio e, non potendo intervenire apertis verbis, affida la propria amarezza a quel battito ritmico del capo, trasformando un semplice movimento anatomico in un manifesto di dignitoso silenzio.


