Il 18 marzo 1876 nasceva a Napoli, nel cuore del quartiere Mercato, Vincenzo Russo; la sua non è stata la vita agiata di un letterato, ma la parabola drammatica di un artigiano che, tra la fame e la malattia, ha saputo trasformare il dialetto in diamante puro.
Figlio di un calzolaio e di una ex trovatella dell’Annunziata (proveniente da Portici), Vincenzo non poté frequentare le scuole regolari a causa della salute fragile, ma la sua sete di sapere lo portò a istruirsi presso i corsi serali per operai. La sua è stata una poesia interrotta troppo presto, ma capace di diventare l’ossatura della canzone classica napoletana.
Dalla bottega al Salone Margherita
Alla morte del padre Giuseppe, Vincenzo dovette farsi carico della famiglia. Lavorò prima come guantaio e poi ereditò il banchetto di calzolaio, mestiere che gli diede da vivere mentre coltivava una vocazione artistica inizialmente timida; la sua vita cambiò grazie al sodalizio con il musicista Eduardo Di Capua (già celebre per ‘O sole mio).
La leggenda narra che il 1° gennaio 1900, all’uscita dal Salone Margherita dove si esibiva Armando Gill, Russo consegnò a Di Capua i versi di “I’ te vurria vasà”. In sole ventiquattr’ore la melodia era pronta: era nata una pietra miliare della musica mondiale, anche se il concorso de La Tavola Rotonda le tributò solo un amaro secondo premio ex aequo.
I capolavori: un’eredità di note e passione
Nonostante la morte precoce a soli 28 anni (avvenuta l’11 giugno 1904 per tubercolosi), Russo ha lasciato un tesoro di circa 600 poesie, custodi di un successo che ha dominato le storiche edizioni della Piedigrotta:
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“Maria Marì” (1899): successo mondiale e simbolo della serenata, capace di trasformare un richiamo al balcone in un rito collettivo.
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“I’ te vurria vasà” (1900): manifesto dell’amore contemplativo, ispirato al sentimento tormentato per Enrichetta Marchese, figlia di un gioielliere suo dirimpettaio; un amore impossibile per classe sociale, ma corrisposto nel silenzio.
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“Torna Maggio” (1900): una celebrazione della rinascita che contrasta dolorosamente con il declino fisico del poeta.
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“L’urdema canzone” (1904): scritta sul letto di morte e dettata al cognato, rappresenta il suo tragico e dignitoso testamento spirituale. Si dice la scrisse vedendo dalla finestra la chiesa addobbata per un matrimonio che credeva fosse quello di Enrichetta.
Un’eredità scolpita nel marmo
Vincenzo Russo morì poverissimo e con la discrezione tipica dei grandi: chiese di restare solo nelle sue ultime ore per non mostrare il disfacimento della tisi. Enrichetta, la sua musa, conservò il testo della sua ultima canzone in un medaglione fino alla fine dei suoi giorni. Oggi, la critica lo riconosce come il “Poeta dell’amore impossibile”, il genio autodidatta che ha saputo “cucire” la sofferenza sulla melodia, portando Napoli al centro del panorama culturale internazionale.
Fonti
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Wikipedia.org
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Archivio Storico Bideri: Conserva i testi originali e i contratti delle canzoni scritte da Russo.
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Enciclopedia della Canzone Napoletana (Ettore De Mura)
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Archivio Sonoro della Canzone Napoletana (RAI): Per la catalogazione delle incisioni storiche.


