Il palazzo e il potere: Napoli tra Borbone e Bonaparte

C’è un palazzo, a Napoli, che nei primi decenni dell’Ottocento cambiò padroni tre volte. Ogni volta che cambiava padrone, cambiava anche qualcosa al suo interno: una stanza rinominata, un appartamento demolito e ricostruito, un inventario redatto in fretta prima della fuga. Il Palazzo Reale di Napoli, negli anni tra il 1802 e il 1825, non era soltanto la residenza dei sovrani, ma lo specchio del potere, il luogo in cui la politica si traduceva in pietra, in seta, in cerimonia.

A raccontarcelo è un saggio di Alba Irollo, pubblicato nel 2022 nel volume Cerimoniale della corte di Napoli 1801-1825 a cura dell’Archivio di Stato di Napoli. Un lavoro meticoloso, fondato su inventari d’archivio, memorie di viaggiatori e missive private, che ricostruisce come il palazzo fu vissuto, trasformato e conteso attraverso alcune delle pagine più turbolente della storia napoletana.

Un palazzo senza mobili

Tutto comincia con un’assenza. Quando nel 1802 Ferdinando IV di Borbone rientrò a Napoli dopo il lungo soggiorno palermitano — imposto dall’ondata rivoluzionaria del Triennio Giacobino e dalla breve esperienza della Repubblica Partenopea — trovò un palazzo in parte svuotato. Prima di fuggire, nel 1798, il re aveva portato con sé a Palermo le suppellettili più preziose, i migliori mobili, le rarità dei musei di Portici e Capodimonte. Poi il popolo aveva saccheggiato il resto.

Il viaggiatore inglese John Gustavus Lemaistre, che visitò la corte nel gennaio 1803, descrisse con occhio impietioso gli interni degli appartamenti: unfurnished, spoglio. Una corte che sembrava cristallizzata nei rituali settecenteschi, con nobili che ricordavano attori in abiti di scena, dame ancora più dimesse degli uomini. Una percezione, certo, filtrata dal pregiudizio di un suddito britannico abituato a un parlamento, ma che dice qualcosa di reale sullo stato in cui versava la monarchia borbonica al suo rientro.

Eppure il palazzo era tutt’altro che un semplice guscio. Era ancora il centro del potere, il luogo dove il re riceveva i diplomatici stranieri, dove si celebravano le cerimonie, dove i confini tra sfera pubblica e sfera privata si negoziavano stanza per stanza. La Galleria era il cuore dell’appartamento reale, lo spazio dei circoli dei gentiluomini di camera. La Sala del Trono era riservata ai pranzi di gala nei giorni natalizi del sovrano. L’appartamento della regina era il palcoscenico delle udienze private. Ogni stanza aveva un nome, una funzione, una precisa gerarchia di accesso.

Il Decennio Francese: tutto da rifare

Quando nel 1806 le truppe napoleoniche entrarono a Napoli e Giuseppe Bonaparte salì al trono, il palazzo era di nuovo in uno stato desolante. Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, prima di fuggire precipitosamente, aveva portato con sé quanto aveva potuto — e una tempesta in mare era riuscita a recuperare solo una parte di quei beni, facendo rientrare alcune imbarcazioni ai porti della costa. Il palazzo che Giuseppe trovò al suo arrivo era, nelle parole del suo uomo di fiducia Mathieu Dumas, ridotto alle cendres — le ceneri — di ciò che era stato.

I due anni di Giuseppe a Napoli (1806-1808) furono un tentativo di ridare decoro a un edificio che di decoro ne aveva bisogno. Vennero richiesti a Napoleone i dipinti depositati nel Palazzo Farnese di Roma. Fu nominato un primo architetto di corte, Antonio De Simone. Il pittore Simon Denis fu incaricato di catalogare e sistemare le opere d’arte. Ma gli interventi più significativi riguardarono soprattutto l’appartamento della regina, rimasto senza una sistemazione adeguata, e la riorganizzazione generale della Casa Reale secondo il modello napoleonico — con grandi ufficiali della Corona, un intendente generale, e la distinzione giuridica tra patrimonio della Corona e Tesoro dello Stato, mutuata dalla giurisprudenza rivoluzionaria francese.

Con Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte, arrivati sul trono nell’autunno del 1808, questa trasformazione divenne più sistematica e più ambiziosa. Il documento chiave fu l’Etichetta della Real Corte delle Due Sicilie del 1808: un testo che, come Irollo dimostra con precisione, era per larga parte una traduzione dell’Étiquette du Palais Impérial napoleonica del 1806. Lo stesso modello era stato esportato a Milano con Eugenio di Beauharnais, ad Amsterdam con Luigi Bonaparte, a Kassel con Girolamo. Napoli non era un caso isolato: era un nodo di una rete di corti costruite sul modello imperiale di Parigi.

Carolina Murat e il problema dell’appartamento

Fra tutti i protagonisti di questi anni, uno dei più vividi è Carolina Bonaparte, regina di Napoli e sorella di Napoleone. Una donna di potere in piena regola, che del potere conosceva le forme e ne imponeva le esigenze.

Quando arrivò a Napoli nel settembre 1808, trovò che non esisteva un appartamento degno di lei. Giuseppe aveva smontato l’appartamento precedente per ricavarne corridoi, sistemando la moglie Giulia Clary sotto i tetti, con trecentosettantadue gradini da salire. Carolina scrisse all’amica Hortense de Beauharnais parole di sconforto: a Parigi era abituata a vivere bene, e lì non c’era nemmeno un’armoire, i vestiti erano sparsi nella camera, nessuna serratura chiudeva perché la regina di Palermo ne aveva portato via le chiavi.

Dovette aspettare il luglio del 1810 per trovare gli appartamenti finalmente pronti. Ma nel frattempo aveva trasformato il palazzo. Nei sei anni del suo regno, il Braccio Nuovo settecentesco del palazzo fu ristrutturato per ospitare il suo appartamento d’onore e quello interno. L’architetto Étienne-Chérubin Leconte, arrivato al suo seguito da Parigi, realizzò un piccolo teatro nella Sala dei Concerti, una Sala da Ballo, una biblioteca, un gabinetto da lavoro, un museo per la sua passione collezionistica. Per la sua camera da letto fece costruire un letto fuori dall’ordinario: su una pedana coperta da un mosaico di Ercolano, quattro colonne di alabastro, busti di bronzo antichi, una balaustra dorata — un’evocazione della romanità che era, al tempo stesso, un manifesto politico.

E poi c’era la terrazza. Il cabinet aérien del re, secondo la suggestiva metafora di Lamartine. Un giardino pensile con pergolati, gelsomini rampicanti, aranci e limoni in grandi vasi, uno sguardo aperto sul golfo. Era lo spazio più privato e più bello del palazzo: Carolina e Gioacchino lo preferivano ai corridoi interni, e i dipinti dell’epoca li ritraggono lì, con i figli, a guardare il Vesuvio.

Il ritorno dei Borbone e i conti da fare

Nel maggio 1815, tutto finì. La convenzione di Casalanza restituì il Regno a Ferdinando IV. Carolina lasciò Napoli a bordo di una nave britannica; Murat partì la sera prima per un’ultima e vana campagna militare, e fu fucilato a Pizzo Calabro in ottobre.

Il palazzo che Ferdinando trovò al suo ritorno non era il palazzo che aveva lasciato. Era stato trasformato in profondità dai francesi, arredato con gusto imperiale, organizzato secondo un’etichetta mutuata da Parigi. E ora sorgeva una questione spinosa: di chi erano questi beni? Quali appartenevano alla Corona, quali allo Stato, quali erano proprietà personale dei Murat?

La risposta non fu mai davvero chiara. Lady Morgan, scrittrice anglo-irlandese che visitò Napoli nel 1820, riferì che si diceva che Carolina avesse lasciato deliberatamente quasi tutto, portando via solo ciò che considerava strettamente personale. Ma le sue rivendicazioni sui beni privati si trascinarono per anni, senza una risoluzione definitiva.

Nel frattempo, il palazzo continuava a vivere. Gli inventari si moltiplicavano — ogni cambio di sovrano portava con sé una nuova ricognizione di ciò che c’era, di ciò che mancava, di ciò che era arrivato da Roma o da Parigi. Nel 1820 Ferdinando I giurò sulla Costituzione nell’oratorio privato del suo appartamento, in un momento di quella rivoluzione liberale che durò poi meno di un anno. Il compilatore del Cerimoniale 1494, non sapendo come classificare quell’evento senza precedenti, lo inserì tra «Funerali, morti e lutti» — giusto prima del cerimoniale per la morte del re stesso, nel gennaio 1825.

Un microcosmo della storia

C’è qualcosa di affascinante nel seguire la storia di un palazzo stanza per stanza, inventario per inventario. Non è la grande storia delle battaglie e dei trattati, ma è forse la storia più vera: quella dello spazio in cui il potere si esercita quotidianamente, si negozia, si mette in scena.

Il Palazzo Reale di Napoli tra il 1802 e il 1825 fu tutto questo. Un teatro in cui si avvicendarono Borbone e Bonaparte, cerimoniali settecenteschi e etichette imperiali, appartamenti vuoti e stanze riempite in fretta. Un luogo in cui la politica aveva odore di legno e seta, in cui la distanza tra le stanze misurava la distanza tra i corpi e il potere, in cui persino una terrazza di gelsomini poteva essere un atto politico.

Irollo ce lo restituisce con la precisione dello storico e la sensibilità di chi sa che i palazzi non sono mai soltanto pietra.

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