Annibale Ruccello: l’antropologo del brivido

C’è una data che spacca in due la storia del teatro napoletano contemporaneo: il 12 settembre 1986.
In un violento schianto sull’autostrada Roma-Napoli, a soli 30 anni, si spegne la vita di Annibale Ruccello. Ma ciò che ha lasciato nei suoi pochi anni di attività è un patrimonio che ha cambiato per sempre il modo di intendere la scena.

Il genio tra i libri e la scena

Nato a Castellammare di Stabia il 7 febbraio 1956, Annibale non è un teatrante qualunque. È un intellettuale purissimo: si laurea in Filosofia con una tesi sulla Cantata dei Pastori, studiando come le tradizioni popolari si trasformino nel tempo. Collabora con il maestro Roberto De Simone, immergendosi nei riti, nelle leggende e nella lingua napoletana più arcaica.

Ma la sua vera missione non è restare in biblioteca. Annibale vuole prendere quegli antichi miti e portarli nei condomini della periferia, nelle cucine solitarie, tra le radio che trasmettono musica pop e le solitudini metropolitane.

La nascita del neobarocco napoletano

Insieme a Enzo Moscato, Ruccello dà vita a quello che verrà chiamato il nuovo teatro napoletano. Il suo capolavoro d’esordio, “Le cinque rose di Jennifer” (1980), è rivoluzionario: un travestito che aspetta una telefonata d’amore in un quartiere degradato, mentre alla radio si rincorrono le notizie di un serial killer.
Ruccello inventa un genere: il thriller psicologico napoletano, dove il dialetto si mescola all’italiano televisivo e la realtà diventa un incubo claustrofobico.

“Ferdinando” e la musa Isa Danieli

Nel 1985 scrive “Ferdinando”, un’opera perfetta, ambientata dopo l’Unità d’Italia. Lo scrive pensando a Isa Danieli, che diventerà la sua musa. È un dramma di desideri repressi, nobiltà decaduta e inganni, che vince premi prestigiosi e viene tradotto persino in francese. Annibale ci mostra che la Storia con la “S” maiuscola non è fatta solo di battaglie, ma di corpi che fremono nell’oscurità.

Le sue ultime opere, come Anna Cappelli e Mamma, sono ritratti spietati di donne sull’orlo di una crisi d’identità, “piccole tragedie minimali” che ancora oggi vengono messe in scena dai più grandi attori italiani.


“Il mio teatro è un’analisi antropologica del quotidiano, dove il mostruoso si nasconde dietro la normalità.”

Perché la sua scomparsa è un vuoto incolmabile?

Ruccello è morto proprio mentre stava diventando il punto di riferimento del teatro europeo. Ha saputo raccontare una Napoli che non era più solo “sceneggiata”, ma un laboratorio universale di sentimenti oscuri. Oggi, ogni volta che un autore parla di periferia, solitudine e mistero, c’è un po’ dell’ombra di Annibale dietro le quinte.

Fonti 

    • Teatro, a cura di Enrico Fiore (Ubulibri, 2005). Raccolta completa delle sue opere.

    • Il sole e la maschera. Un’analisi antropologica della “Cantata dei pastori” (Guida/Stamperia del Valentino).

    • Scritti inediti, a cura di Rita Picchi (Gremese, 2004).

Comments
All comments.
Comments
error: Questo contenuto è protetto da Copyright!