Municipalità 1 – Quartiere Posillipo
Cap: 80123
Dove si trova
Informazioni sul toponimo
Via Posillipo è una delle arterie più scenografiche di Napoli, una strada che si snoda per circa quattro chilometri lungo il versante meridionale della collina di Posillipo, in un susseguirsi di curve panoramiche che sembrano disegnate apposta per abbracciare il Golfo e la città dall’alto; inizia da Largo Sermoneta a Mergellina, e termina poco dopo via Coroglio, trasformandosi nel tratto finale in via Santo Strato a Posillipo, antico cuore del borgo.
La storia di via Posillipo è antica e complessa: la sua prima realizzazione risale alla metà del XVII secolo, quando il viceré di Napoli Antonio Álvarez de Toledo ne promosse la costruzione; all’epoca la strada era ben lontana dall’estendersi come oggi: si trattava solo di un breve tratto pensato per collegare la città con le prime ville nobiliari costruite sulla collina.
Fino a quel momento, infatti, i borghi e casali di Posillipo — sparsi tra vigneti, agrumeti e resti di ville romane — erano raggiungibili quasi esclusivamente via mare, oppure percorrendo sentieri scoscesi e inadatti al transito delle carrozze. Paradossalmente, era più facile salpare da Napoli e arrivare a Marechiaro in barca che cercare di raggiungerla via terra; non a caso, fino al XIX secolo, perfino la chiesa di Santa Maria del Faro, oggi ben dentro i confini cittadini, dipendeva ancora dalla diocesi di Pozzuoli.
Fu il successore di Álvarez de Toledo, Ramiro Núñez de Guzmán, duca di Medina de las Torres e marito della celebre Anna Carafa, a voler prolungare il tracciato della strada fino al grandioso e mai completato Palazzo Donn’Anna, che domina il mare all’inizio del percorso.
La costruzione vera e propria della strada, però, si svolse a fasi alterne. Una svolta si ebbe con Gioacchino Murat, re di Napoli durante l’occupazione napoleonica, che affidò all’ingegnere Romualdo De Tommaso la prosecuzione dell’opera. Tra il 1812 e il 1824, il tracciato arrivò finalmente fino a Marechiaro, con una strada carrabile in grado di collegare i borghi collinari al centro cittadino.
L’ultima grande estensione fu completata durante la restaurazione borbonica, tra il 1830 e il 1840, su ordine di Ferdinando II delle Due Sicilie. Fu il Genio militare austriaco, allora presente a Napoli, a portare la strada fino alla zona di Coroglio, permettendo così un collegamento continuo tra la città e le aree un tempo isolate di Posillipo.
Il nome “Posillipo” viene dal greco Pausilypon, che significa “pausa dal dolore”: ed è proprio quello che sembra offrire questo luogo: un rifugio dalla frenesia della città, un angolo di quiete e bellezza dove il tempo sembra rallentare. Fin dall’antichità, Posillipo è stata un luogo prediletto per chi cercava pace e bellezza: i Romani già ne avevano intuito il fascino e vi costruirono sontuose ville; ancora oggi, infatti, si possono visitare i resti della villa di Publio Vedio Pollione, oggi parte del Parco Archeologico del Pausilypon, con i suoi scorci tra mare e grotte che sembrano usciti da un sogno.
Altre informazioni di interesse
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Siti e monumenti di interesse
Chiese
Maria Assunta di Costantinopoli (Santa Maria di Bellavista)

Questa chiesa, dedicata alla Vergine Assunta di Costantinopoli, situata al civico 112, venne costruita nel 1860 grazie all’iniziativa di due nobildonne napoletane, Adelaide e Clotilde Capece Minutolo, che vollero farne un luogo di culto e raccoglimento per la comunità. Lo stile architettonico è tipicamente neogotico, con linee slanciate e una facciata elegante che si distingue nel paesaggio.
All’interno, la chiesa custodisce delle vere chicche artistiche: un organo settecentesco di grande valore, statue lignee finemente lavorate e alcuni dipinti che si rifanno allo stile caravaggesco, ovvero quel realismo drammatico e profondo tipico del grande Caravaggio e dei suoi seguaci. L’atmosfera che si respira entrando è quella di una quiete antica, fatta di luce naturale, silenzio e arte sacra.
Nel corso del tempo, Santa Maria di Bellavista non è rimasta un semplice luogo di culto: è diventata parrocchia nel 1932, e la sua gestione è passata prima all’Ordine di Malta, poi ai Padri Vocazionisti, che ancora oggi se ne prendono cura; questi religiosi si sono sempre distinti per l’attenzione alle vocazioni e all’educazione spirituale dei giovani.
Chiesa dell’Addolorata

La Chiesa dell’Addolorata, situata al civico 138, proprio di fronte alla storica Villa Pavoncelli, fu costruita nella prima metà dell’Ottocento, rappresentando un raro esempio di neoclassicismo religioso a Napoli, città dove dominano lo stile barocco e quello gotico. La sua facciata colpisce per la sobria eleganza: quattro colonne doriche in marmo bianco sorreggono un timpano triangolare, chiaro richiamo ai templi greco-romani e, più direttamente, alla Basilica di San Francesco di Paola in Piazza del Plebiscito. Una breve scalinata in piperno conduce all’ingresso, dando l’idea di un piccolo tempio immerso nel verde collinare.
All’interno, lo spazio è intimo ma ben proporzionato, con decorazioni raffinate: capitelli dorati, colonne in marmo e un piccolo cupolino centrale che lascia filtrare la luce naturale, creando un’atmosfera serena e raccolta.
Purtroppo, la chiesa è attualmente chiusa al culto. Da tempo non ospita più celebrazioni religiose, e nel 2020 è stata addirittura messa in vendita, con la possibilità di essere riconvertita in spazio culturale, espositivo o persino abitazione privata. Questo ne limita la fruibilità, ma non ne intacca il fascino né il valore storico-artistico.
Ospizio Marino Padre Ludovico da Casoria
Affacciato sul mare, al civico 24 di via Posillipo, sorge un edificio che racconta una pagina commovente della solidarietà napoletana di fine Ottocento: l’Ospizio Marino fondato da Padre Ludovico da Casoria; più che una semplice struttura di accoglienza, si tratta di un luogo che fonde carità, arte e fede in un contesto paesaggistico di struggente bellezza.
La storia dell’ospizio comincia nel 1873, quando il frate francescano Ludovico da Casoria, figura di spicco del cattolicesimo sociale dell’epoca, acquista un antico lazzaretto costiero ormai in disuso. Due anni dopo, nel 1875, il complesso viene trasformato in una casa di accoglienza per marinai anziani, ex pescatori e bambini affetti da scrofolosi, una malattia all’epoca molto diffusa tra i più poveri. L’obiettivo era chiaro: offrire un rifugio dignitoso a chi viveva ai margini, restituendo loro cura e speranza.
L’edificio conserva ancora oggi l’impianto imponente e solenne dell’architettura ottocentesca napoletana. Si accede attraverso una scalinata che introduce alla facciata scandita da archi intrecciati e grandi finestre che guardano il Golfo.
Uno degli elementi più suggestivi è lo pseudo-obelisco marmoreo posto all’ingresso, scolpito nel 1882 dallo scultore Stanislao Lista. L’opera raffigura San Francesco che benedice Dante, Giotto e Cristoforo Colombo, in un’allegoria potente dell’unità tra fede, arte e scienza.
All’interno, il complesso ospita due piccole chiese, ambienti di preghiera e raccoglimento che mantengono ancora oggi una forte carica spirituale. Vi si trova anche il sacello che custodisce le spoglie di padre Ludovico, proclamato santo nel 2014. Un altro tesoro poco noto è la Via Crucis in maiolica, distribuita tra rampe e giardini pensili, esempio straordinario di arte sacra popolare e napoletana.
Dopo un lungo periodo di incuria, l’ospizio è stato parzialmente restaurato ed è oggi affidato alla cura delle suore francescane elisabettine, che ne mantengono viva la vocazione originaria. Sebbene l’accesso non sia sempre libero, il complesso rientra nei percorsi storico-artistici della collina di Posillipo, e talvolta apre le sue porte in occasione di eventi culturali o visite guidate.
Oltre alla sua funzione originaria, l’Ospizio Marino rappresenta oggi un simbolo di memoria e impegno civile. In un quartiere conosciuto per le sue ville panoramiche e i suoi scorci da cartolina, questo luogo ci ricorda che la vera bellezza risiede anche nella cura degli ultimi, nella fede tradotta in azione concreta.
Palazzi
Palazzo Donn’Anna
Palazzo Donn’Anna, quel maestoso palazzo che si staglia a picco sul mare a Posillipo, è uno dei tesori architettonici e leggendari di Napoli. Fu costruito a partire dagli anni ’40 del Seicento da Anna Carafa, duchessa di Stigliano e moglie del viceré spagnolo Ramiro Núñez de Guzmán, su uno sperone tufaceo presso la precedente “Villa delle Sirene” di proprietà del marchese Dragonetto Bonifacio.
L’architetto incaricato fu Cosimo Fanzago, esponente del barocco napoletano; il progetto era ambizioso: un palazzo a “U”, dotato di un doppio accesso — dal mare, attraverso una galleria ad arco, e dalla strada carrozzabile (oggi via Posillipo) — con un giardino interno e facciate ornate di balconi e statue marmoree , ma i lavori furono interrotti nel 1644, quando il viceré tornò in Spagna, e proseguite con la morte prematura di Anna nel contesto della rivolta di Masaniello del 1647
Rimase quindi incompiuto, conservando tuttora la suggestione di una “rovina” immersa nel mare.
Nel corso dei secoli il palazzo ha attraversato numerose vicende: saccheggiato durante insurrezioni popolari e danneggiato da terremoti, fu trasformato in fabbrica di cristalli, poi in albergo, fino a diventare una residenza suddivisa in appartamenti privati.
Oggi alcune sale, tra cui il Teatro di corte aperto verso il mare, ospitano la Fondazione Ezio De Felice e lo JUS Museum, aperto al pubblico su appuntamento.
Da un punto di vista architettonico vi sono tre grandi archi che donano una vista diretta sul golfo, accompagnati da terrazze e logge affacciate sul mare, evocative e di forte impatto visivo, un teatro naturale, ricavato nel tufo, che emerge tra arcate e aperture naturali verso il mare.
Le storie che circondano Palazzo Donn’Anna aggiungono un’aura di mistero incantevole: in una di queste si narra che Regina Giovanna II d’Angiò abitasse un’antica residenza nello stesso sito e che, dopo l’amore con pescatori, li facesse cadere in mare all’alba: più tardo è il racconto di Donna Mercedes, nipote di Anna Carafa, e del suo amante, Gaetano di Casapesenna; durante una festa teatrale, furono visti baciarsi appassionatamente, scatenando la gelosia di Donn’Anna. Dopo la festa, Mercedes sparì misteriosamente, e si dice che il suo spirito ora vaghi fra le arcate, “urlando fra le onde” .
Palazzo Gargiulo

Questo palazzo, situao al civico 187, risale circa al 1860 (XIX secolo) ed è stato realizzato da maestranze locali, con proprietà privata e sottoposto a tutela da parte della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Napoli.
L’edificio ha pianta rettangolare e si articola su cinque livelli, i quali includono un’ampia zona porticata al piano terra con volta a botte a tutto sesto; al centro si sviluppa un cortile interno, sul quale si affaccia un giardino pensile, un elemento caratteristico delle dimore nobili dell’epoca.
Queste scelte costruttive – il porticato di entrata, il cortile con giardino sopraelevato – indicano un raffinato equilibrio tra funzionalità e decoro, offrendo spazi luminosi e ariosi all’interno, pur conservando un’elegante facciata verso la città.
Villa Gallotti
Palazzo Gallotti, anche noto come Villa Gallotti è situato al numeto civico 299 e si erge in posizione panoramica su un promontorio che guarda il mare, in una delle cornici più suggestive del Golfo di Napoli.
Le origini della villa risalgono al XVII secolo, quando in quest’area si trovava il palazzo di Geronimo Sizzano, documentato già in una veduta del 1629. Nei decenni successivi la proprietà passò di mano più volte, tra cui all’abate Diego Passaro nel 1644, e poi alla famiglia Ferraro. Ma fu nel XIX secolo che il complesso assunse la fisionomia attuale: nel 1834 l’imprenditore Domenico Gallotti acquistò i terreni, le vigne e la masseria, dando vita a una vera e propria villa residenziale in stile eclettico.
La struttura, realizzata in tufo e distribuita su tre livelli, presenta una facciata neogotica con elementi decorativi di ispirazione romantica: merli, archi a tutto sesto e terrazze panoramiche. Una delle caratteristiche più suggestive è il portico con tre arcate che si apre verso il mare, sormontato da una terrazza merlata. L’edificio è circondato da un ampio giardino e da un lungo viale d’accesso che unisce la strada alla costa, dove un tempo si trovava un piccolo molo privato. Le scale che collegano la villa al mare sono ancora visibili, e testimoniano l’intimo legame tra la dimora e l’ambiente marino circostante.
Nel tempo, parte della proprietà è stata frazionata e suddivisa in più residenze, tra cui Villa Semmola, Villa Fernandez, Villa Carradori e altre. Tuttavia, l’impianto originario e il fascino architettonico della villa sono rimasti intatti, almeno nella loro cornice esterna. Alcune parti sono ancora oggi abitate da discendenti della famiglia Gallotti, altre da privati.
Un dettaglio curioso riguarda la presenza del pittore russo Boris Grigor’ev, che nel 1926 soggiornò nella villa per ritrarre Maksim Gorkij, all’epoca esule a Capri. Il ritratto fu poi esposto alla Biennale di Venezia, confermando l’importanza della villa anche come luogo di cultura e incontro.
Sebbene non sia aperta al pubblico, Villa Gallotti è perfettamente visibile dall’esterno: sia dalla strada, sia – e forse ancor meglio – dal mare, dove rivela tutta la sua bellezza incastonata nella roccia. Oggi rappresenta uno degli esempi più raffinati di architettura romantica napoletana dell’Ottocento, un luogo in cui si fondono storia, natura e bellezza.
Palazzo Bellocchio-Nappi
Dominando il lungomare, il Palazzo Bellocchio‑Nappi, sito al civico 301-302, si affaccia con dignità sulla linea costiera, inserendosi in un contesto di ville storiche e palazzi di prestigio. L’edificio si presenta con una facciata sobria, scandita da aperture regolari e successive bucature su più livelli, tipiche dell’architettura patrizia degli inizi del Novecento.
Pur non essendo tra le residenze più celebri di Posillipo — a differenza di complessi come Palazzo Donn’Anna o Villa Volpicelli — rappresenta un buon esempio di dimora urbana della borghesia napoletana, inserita armoniosamente nei paesaggi dell’area. Le sue caratteristiche richiamano gli influssi neorinascimentali e l’attenzione al rapporto architettonico con il paesaggio marino, comune alle residenze costiere.
Costruito presumibilmente tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’edificio rispecchia lo stile di molti palazzi signorili di Posillipo, pensati per ospitare famiglie facoltose amanti della vista sul mare e della quiete della collina. Anche se mancano fonti dettagliate sulla committenza “Bellocchio‑Nappi”, il nome rimanda probabilmente a famiglie legate alla proprietà o alla costruzione.
Palazzo Sarno
All’estremità orientale di via Posillipo, non lontano da eleganti ville affacciate sul mare, al civico 308, si trova il Palazzo Sarno, edificio di struttura borghese romana, che rappresenta la Napoli signorile tra Otto e Novecento; non è tra i palazzi più celebrati della zona, ma racchiude sicuramente interessanti spunti storici e architettonici.
La facciata si distingue per la sua sobrietà elegante: linee regolari, aperture ampie e simmetriche, balconate in pietra e legno, che testimoniano l’attenzione alla vista sul mare e alla luminosità degli ambienti interni. Lo stile richiama la corrente neorinascimentale urbana, tipica delle residenze patrizie degli inizi del Novecento, con elementi sobri e raffinati volti alla valorizzazione del paesaggio marino.
Sebbene le informazioni sull’edificio – come data di costruzione o committenti – risultino scarse, il nome “Sarno” farebbe riferimento alla famiglia proprietaria o a un legame con la nobile cittadina di Sarno, che ha donato il titolo al palazzo. È possibile che si tratti di una dimora privata con destinazione residenziale, non aperta al pubblico, ma perfettamente inserita nel continuum architettonico di via Posillipo – una strada storica costellata di ville, belvederi e palazzi legati all’élite napoletana.
Palazzo Quagliolo
All’incrocio tra eleganza architettonica e quotidianità residenziale, al civico 314 sorge questo palazzo signorile, un esempio significativo dell’eclettismo borghese che caratterizzava la Napoli dei primi del Novecento; progettato nel 1887 dall’architetto Gustavo Scielzo, l’edificio si articola su tre piani più un piano mansardato, con un basamento in bugnato che comunica solidità e presenza.
La facciata cattura lo sguardo per le aperture a tutto sesto, sovrastate da raffinati fregi in stucco, e ornate da balconate a trifora, elementi decorativi particolarmente diffusi nella zona e spesso ripresi nei progetti urbani d’autore.
Il risultato è un edificio capace di integrarsi armoniosamente nello scenario costiero di Posillipo, offrendo prospettive incorniciate sul Golfo e sul paesaggio circostante; sebbene non porti il nome di una famiglia nobiliare celebre, il titolo “Quagliuolo” identifica con ogni probabilità il committente, forse legato all’omonima famiglia o al territorio sarnese.
Palazzo D’Angelo
All’incrocio tra l’eleganza del lungomare e l’anima borghese del quartiere, al civico 406, sorge il Palazzo D’Angelo, con il suo ingresso monumentale che accoglie il visitatore su via Posillipo. La facciata – dipinta in un caldo giallo mediterraneo – si distingue per il portale a volta, decorato da stucchi raffinati, aperture aggraziate e un vestibolo che si apre su un cortile interno, regalandoti una sensazione di continuità tra l’esterno e l’intimità privata dell’edificio.
Il palazzo è espressione dell’eclettismo ottocentesco e primo Novecento, molto diffuso a Posillipo, dove le residenze borghesi combinano elementi decorativi classici con soluzioni funzionali moderne. Il portale, con arco ribassato e dettagli decorativi, dà un’anticipazione della cura formale che caratterizza l’intero edificio.
Palazzo Cembalo
Questo raffinato palazzo borghese, edificato nella seconda metà dell’Ottocento, al civico 317, si colloca armoniosamente tra le ville e le palazzine che costeggiano la via, offrendo un esempio significativo di eclettismo urbano napoletano. La facciata si articola con ordini orizzontali ben scanditi, apertura a tutto sesto e balconi sorretti da colonne, che insieme richiamano uno stile architettonico raffinato e ben proporzionato.
La scelta decorativa e formale sembra pensata non solo per allinearsi al gusto del periodo, ma anche per integrare il panorama: ogni elemento della composizione richiama un equilibrio tra sobrietà e decoro, valorizzando l’affaccio verso il Golfo di Napoli.
Sebbene privo di una documentazione dettagliata sulla committenza, il nome “Cembalo” indica chiaramente il legame con una famiglia che volle dotare la strada di un edificio dallo stile elegante ma non ostentato, in linea con la crescita della borghesia urbana dell’epoca.
Palazzo (Villa) Pavoncelli
Il Palazzo, sito al civico 26-32, originariamente era il casino settecentesco del Duca di Frisia, come ricordano le mappe del duca di Noja; nel 1840 fu trasformato in una celebre trattoria chiamata “Lo Scoglio di Frisio”, meta prediletta di personaggi illustri come Zola e Carducci.
Nel 1890 la proprietà passò ai Conti Pavoncelli, famiglia pugliese di mercanti e imprenditori agricoli, che acquisì l’area in blocco, consolidando e unificando i vari edifici e ruderi. Questi interventi trasformarono il complesso in una residenza estiva elegante e articolata, caratterizzata da volumi terrazzati, giardini rigogliosi e una suggestiva grotta che si apre su una spiaggetta sottostante: un vero e proprio “palazzo a picco sul mare”.
L’edificio si presenta oggi come un condominio a più piani: dalla strada si riconosce un solo corpo principale, fiancheggiato da verde mediterraneo con pini e palme; le terrazze affacciate sul mare, invece, rivelano la scala altimetrica che caratterizza l’architettura di Posillipo.
Link utili
Come raggiungere via Posillipo
Fonti
wikipedia.org
Le strade di Napoli – Gino Doria
Le strade di Napoli – Romualdo Marrone
palazzidinapoli.it
napoli-turistica.com
catalogo.beniculturali.it
chiesadinapoli.it
grandenapoli.it


