Ernesto Murolo: il poeta gentiluomo tra sangue e canzone

C’è un segreto che aleggia tra le quinte del Teatro San Carlino alla fine dell’Ottocento, un segreto che ha il volto di una giovane sarta, Maria Palumbo, e l’ombra ingombrante del “re” della risata, Eduardo Scarpetta.
Ernesto nasce ufficialmente come “figlio di ignoti”, ma nelle vene scorre il fuoco del teatro; recenti scoperte d’archivio della Fondazione Murolo (2025) hanno finalmente fatto luce su quel certificato di nascita a lungo sussurrato: Ernesto era il primo, segreto tassello di quella straordinaria e complicata galassia di talenti che Scarpetta seminò per Napoli, ben prima dei De Filippo.

Il rifiuto del “padre” e la nascita del Poeta

Murolo non fu mai un figlio accomodante; legittimato in adolescenza da Vincenzo Murolo (il marito della madre), Ernesto scelse di non essere l’erede artistico di Scarpetta; mentre il padre naturale faceva sbellicare le platee con Don Felice Sciosciammocca, Ernesto, soprannominato “Ruber” per la sua chioma fulva, si schierò con gli intellettuali del “Teatro d’Arte”. Cercava il dramma, la poesia pura, la verità oltre la farsa.

Dopo una giovinezza dorata, tra amori celebri e una ricchezza dilapidata con la generosità dei veri signori, Ernesto trovò la sua vera voce nella Canzone Napoletana: insieme a giganti come Di Giacomo e Bovio, firmò i capolavori dell’epoca d’oro. Canzoni come Mandulinata a Napule, Nun me scetà e Tarantelluccia non erano semplici motivi, ma acquerelli di una città che stava cambiando pelle.

L’eredità di una dinastia

La sua vita fu un equilibrio perfetto tra il salotto e la strada, tra il rigore del firmatario del Manifesto degli intellettuali fascisti e la bohéme dei caffè-concerto. Abitatore della splendida Villa Murolo al Vomero, Ernesto visse circondato da una famiglia numerosa, trasmettendo quel testimone di “napoletanità colta” al figlio Roberto Murolo, che anni dopo avrebbe salvato la memoria musicale della città con la sua chitarra.

Morì nella sua casa di via Cimarosa nel 1939, lasciando in eredità un canzoniere che ancora oggi definisce l’anima di Napoli: nobile, malinconica e perennemente innamorata.

Fonti 

  • Wikipedia.org

  • Treccani.it
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