Eugenio Bennato, l’architetto della nuova Taranta

Ci sono artisti che cantano una città e artisti che ne estraggono l’anima profonda per restituirla al futuro. Eugenio Bennato, nato il 16 marzo 1948 sotto il cielo di Napoli, appartiene a questa rara stirpe. Fratello d’arte in una famiglia dove la musica era il pane quotidiano, Eugenio ha scelto una strada diversa dal rock del fratello Edoardo: ha deciso di scendere nelle viscere del Sud, là dove il ritmo del tamburo batte ancora al tempo del mito.

Dalla Nuova Compagnia ai Musicanova: la rivoluzione folk

Negli anni Settanta, Eugenio è tra i fondatori della Nuova Compagnia di Canto Popolare. È una rivoluzione: mentre l’Italia guardava all’America, lui riportava alla luce le villanelle e i canti dimenticati delle campagne campane. Ma la sua urgenza creativa lo spinge oltre. Con la fondazione dei Musicanova (insieme a Carlo D’Angiò), Bennato inizia a scrivere musica nuova con radici antiche. Nascono capolavori come “Vento del Sud” e il celebre album “Brigante se more”, la cui title-track è diventata un vero e proprio inno d’identità per l’intero Mezzogiorno, spesso scambiato erroneamente per un canto popolare dell’Ottocento tanto è “vero” nell’anima.

Taranta Power: il ritmo che unisce i popoli

La vera “scossa” arriva alla fine degli anni Novanta con il movimento Taranta Power. Eugenio Bennato capisce che la musica etnica non è un pezzo da museo, ma un’energia viva; porta la tammurriata e la pizzica nei grandi festival internazionali, dall’Africa al Canada, dimostrando che il battito del Mediterraneo è un linguaggio universale.
Per lui, il Sud non è un punto geografico, ma una condizione dell’anima: quella dei “Grandi Sud” del mondo che lottano per non perdere la propria voce.

Il brigante gentile della musica

Oggi Eugenio continua a viaggiare e a comporre, con la stessa curiosità di quel ragazzo che cercava i suoni tra le strettoie dei vicoli e le distese del profondo Sud. La sua musica è un atto di resistenza culturale. Ha insegnato a generazioni di napoletani che non dobbiamo vergognarci della nostra lingua e dei nostri ritmi, perché sono proprio quei suoni “storti” e potenti a renderci unici nel mondo.

Fonti

Wikipedia.org

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