Masaniello, il pescatore che infiammò Napoli

In una calda mattina del 29 giugno 1620, nei vicoli brulicanti di voci e di vita del quartiere Mercato, nasceva Tommaso Aniello d’Amalfi, figlio di un pescatore amalfitano trasferitosi a Napoli. Il destino, si sa, a volte sceglie i suoi protagonisti tra la gente più umile. E Tommaso, che per tutti sarebbe diventato Masaniello, era proprio uno di loro: un giovane scalzo, con i piedi sporchi di mare, la voce graffiante e l’orgoglio dei figli di Partenope negli occhi.

Il sangue caldo del popolo

Masaniello non era uno che abbassava la testa: vedeva ogni giorno la miseria dei suoi compagni, le madri affamate, i bambini magri e spettinati, e quelle maledette gabelle, tasse su tutto, persino sulla frutta, sulla farina, sul pane.
Il governo spagnolo, che allora dominava il Regno di Napoli, succhiava ogni stilla di sudore dai napoletani, ma nessuno aveva mai osato sfidarlo… finché non arrivò lui.
Il 7 luglio 1647, dopo l’arresto della moglie Bernardina per aver comprato un sacchetto di farina senza pagare il dazio, Masaniello scende in piazza, rabbioso e feroce, seguito da una marea umana fatta di pescatori, venditori, ragazzi e popolani armati di nulla.
È l’inizio della rivolta del popolo napoletano, una fiammata furiosa che nessuno si aspettava e che in pochi giorni avrebbe scosso l’intero Viceregno.

L’ascesa inarrestabile

In soli due giorni, Masaniello diventa il capo carismatico della rivolta; il viceré Rodrigo Ponce de León, Conte di Castrillo, inizialmente sottovaluta il pescatore scalzo, ma Napoli brucia e urla il suo nome.
Gli spagnoli, temendo il peggio, trattano.
Il pescatore, a capo di una città in fiamme, impone la cancellazione delle tasse più odiose; per un attimo, il popolo governa Napoli, e lo fa attraverso un uomo semplice, con un berretto rosso e il petto scoperto.

La caduta del mito

Ma come spesso accade con le rivoluzioni improvvise, l’eroe viene prima esaltato, poi isolato.
Masaniello cambia: la pressione, il potere, forse la follia o forse il veleno — secondo alcune fonti, fu avvelenato dai gesuiti — cominciano a consumarlo.
Il 16 luglio, appena nove giorni dopo l’inizio della rivolta, viene ucciso a tradimento, crivellato di colpi nel convento del Carmine, lo stesso che sovrasta ancora oggi la piazza dove si era sollevato il suo popolo.
Eppure, in un grottesco gioco di ironia, il giorno dopo la sua morte, il viceré ne fa recuperare il corpo e ne ordina funerali solenni.
Troppo tardi, Masaniello era già diventato leggenda.

Masaniello oggi

Camminando per Napoli, tra i vicoli di Forcella, nel quartiere Mercato o vicino alla Basilica del Carmine, il suo spirito sembra ancora aleggiare. Masaniello è diventato simbolo del popolo che non china la testa, un’icona ambivalente: rivoluzionario per alcuni, folle per altri, certamente uno degli uomini che più hanno segnato la storia di Napoli.
In teatro e in musica, in letteratura e nelle chiacchiere di piazza, il suo nome continua a tornare; persino Alexandre Dumas ne fece un eroe romanzesco.
Perché Masaniello, al di là della verità storica, è diventato archetipo napoletano: la voce di chi non ha voce, il coraggio istintivo e furioso di un popolo che vive sul filo tra tragedia e commedia.

Fonti

  1. G. Coniglio, Masaniello, Napoli, 1984

  2. C. Capasso, Storia di Masaniello, Napoli, 1860

  3. Enciclopedia Treccani – Voce: «Masaniello»

  4. A. Dumas, La Sanfelice, 1864

  5. Benedetto Croce, La rivoluzione di Masaniello, 1942

  6. Archivio Storico del Comune di Napoli

  7. Museo Civico Gaetano Filangieri – Sezione Masaniello

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