Nato il 3 gennaio 1920, in vico dei Tornieri, a due passi da Piazza del Mercato. Figlio primogenito di Antonio (impiegato al botteghino del Teatro Mercadante) e Carolina Daino, Renato Carosone – originariamente Carusone – respirò fin da bambino l’aria viva della musica e della città.
La mamma gli lasciò il pianoforte della casa; il padre, appassionato dilettante, accostò il giovane Renato ora ai maestri e ora al pianoforte, perché quel talento presto covava, e la melodia partenopea non attendeva.
A soli 14 anni scrisse la sua prima composizione, Triki-trak, per pianoforte, segnando l’inizio di un cammino che lo avrebbe portato ben oltre i vicoli di Napoli; nel 1937, ancora adolescente, si diplomò in pianoforte presso il Conservatorio di San Pietro a Majella.
Quindi, spinto dalla curiosità e da un destino che lo voleva lontano, accettò un ingaggio per l’Africa orientale: tra Massaua, Asmara e il teatro-night per i soldati italiani, Carosone fuse la tradizione napoletana con le sonorità jazz, swing e ritmi africani.
Il dopoguerra lo riportò in Italia; ma non solamente; era diverso: aveva assorbito il mondo e adesso lo restituiva, con la sua musica, in nota dopo nota.
Fondò il celebre trio con la chitarra elettrica dell’olandese Peter Van Wood e la batteria inventiva di Gegè Di Giacomo, dando vita a un suono che rideva, ballava, cantava in dialetto e allo stesso tempo guardava oltreoceano.
Tra i suoi brani memorabili: “Tu vuò fà l’americano”, “’O sarracino”, “Maruzzella”, “Torero”, che miscelavano la canzone napoletana, il boogie-woogie e l’umorismo intelligente; e fu così che il figlio di Napoli diventò il maestro che fece ballare il mondo, senza tradire le sue radici.
Eppure, al culmine del successo nel 1959/60, Carosone annunciò un ritiro volontario dalle scene: «meglio andare via in cima alla montagna che restare a valle», come qualcuno ha sintetizzato.
Ma la musica, quella vera, non si ritira mai e lui tornò, più tardi, per regalare ancora sorprese, concerti, voci, note.
Morì a Roma il 20 maggio 2001, all’età di 81 anni, ma il suo pianoforte resta acceso nella memoria della città e del mondo.
In lui si ritrova l’anima di Napoli: tra la bottega, l’orchestra, il sorriso, il dialetto; e la visione del mondo: tra l’Africa, l’America, il ritmo che batte.
Renato Carosone non solo raccontò la canzone napoletana: la fece vibrare, la fece danzare, la fece sognare.
Fonti
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“Renato Carosone”, Wikipedia (it). Wikipedia+1
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“Renato Carosone, il cui nome originale è Renato Carusone”, Cose di Napoli. Cose di Napoli
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Archivio Unina “CAROSONE, Renato”. Iris
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“3 January | Italy On This Day”. Italia Oggi


