Napoli, ai tempi di Tiberio, non era ancora la grande metropoli mediterranea che conosciamo oggi, ma un centro vivace, amato per il clima mite, le acque limpide e quell’aria sospesa tra il greco e il romano che incantava gli animi più raffinati.
L’imperatore Tiberio, figlio adottivo di Augusto e uomo di carattere schivo, trovava proprio qui un rifugio discreto lontano dalle insidie della politica romana.
La Campania era la sua terra prediletta: le fonti lo ricordano spesso nella villa di Capri, che divenne quasi un quartier generale negli ultimi anni del suo regno, ma Tiberio non mancò di frequentare anche Neapolis: la città, con il suo teatro e l’Odeon, i ginnasi e le terme, era un ponte tra la cultura ellenica e quella latina, e l’imperatore, educato alle lettere greche, vi si sentiva a casa.
La sua presenza, pur discreta, non passava inosservata: il corteo imperiale e le guardie pretoriane rompevano la quotidianità delle strade lastricate, e la gente accorreva per scorgere almeno per un istante il volto dell’uomo che reggeva le sorti dell’Impero.
Per Tiberio, Napoli non era soltanto un luogo di svago, ma una sorta di “zona franca” dell’anima, lontano dai sospetti e dalle trame di Roma, trovava nel golfo e nei colli circostanti un rifugio di serenità, forse l’illusione di un mondo meno crudele.
E chissà se, nei tramonti dorati di Posillipo, l’imperatore non abbia mai pensato di fermarsi qui per sempre, lasciando Roma alle sue ombre.


