C’erano dei libri, nella casa nobile dei Giusso a Napoli, ma non solo quelli. C’era anche il silenzio di certe biblioteche antiche, il suono delle lingue straniere, le chiacchiere colte di famiglia, l’eco dei grandi nomi della città. C’era l’arte, la poesia, il pensiero. E c’era Lorenzo, figlio del conte Antonio Giusso e di Maria Imperiali d’Afflitto, cresciuto in una Napoli aristocratica, dove la cultura era un’abitudine, non una conquista.
Nato il 25 giugno 1900, Lorenzo Giusso sembrava destinato a diventare un intellettuale, ma il modo in cui lo sarebbe diventato fu tutto suo: passionale, instabile, geniale. E se Napoli gli aveva dato la nascita, fu la Spagna a conquistargli il cuore. Così visse tra le due sponde di un Mediterraneo che gli somigliava: barocco, malinconico, profondo.
Un pensiero senza pace
Giusso studiò a Napoli, allievo del filosofo Antonio Aliotta, ma ben presto si capì che non sarebbe stato un accademico qualunque. Era curioso, eclettico, affamato. Filosofia, certo, ma anche letteratura, pittura, musica, poesia: tutto lo affascinava. Scriveva, traduceva, insegnava. Più che uno studioso, sembrava un cercatore di senso.
Amò Nietzsche, Dilthey, Spengler; fu attratto dal vitalismo, dal tragico, dal romantico. Sentiva affinità profonde con Giordano Bruno, Vico, Papini, Borgese, Palazzeschi, Gozzano.
Persino Salvatore Di Giacomo e Matilde Serao gli sembravano, più che letterati, compagni di visione.
Ne parlava e scriveva con uno stile che chiamarono “scenografico”: emotivo, coinvolto, teatrale. E forse era proprio questo il segreto del suo pensiero: una filosofia più vissuta che spiegata.
Croce, il fascismo e le ferite della storia
Negli anni Venti, aderì con entusiasmo al fascismo – come tanti della sua generazione – diventando uno dei divulgatori culturali più ascoltati del regime, soprattutto attraverso la rivista Gerarchia. Ma l’entusiasmo svanì in fretta. Già nel 1925 iniziava a staccarsi, preferendo la solitudine del pensiero alle liturgie della politica.
Con Benedetto Croce, il filosofo abruzzese che dominava la scena culturale napoletana, il rapporto fu sempre teso; prima lo contrastò sul piano politico, poi su quello filosofico. Croce non amava il gusto tragico di Giusso, né la sua predilezione per Spengler o per una lettura non ortodossa di Vico. Quando Giusso pubblicò G. B. Vico fra l’Umanesimo e l’Occasionalismo, Croce reagì con fastidio. Ma Giusso, eretico per vocazione, ne fece quasi un vanto.
Difese Adriano Tilgher, rifiutò l’idealismo, e andò cercando altrove – forse nella Spagna della mistica e del disincanto – un’altra strada, un altro modo di pensare.
Professore errante, tra Salamanca e Cagliari
Insegnò ovunque: a Bologna, Pisa, Cagliari, Nizza, Monaco, Breslavia, Debrecen, ma fu soprattutto in Spagna che trovò la sua patria dell’anima. Professore a Salamanca, Barcellona, Madrid (dove fu anche accademico d’onore), fu amico e traduttore di Ortega y Gasset e di Unamuno. Parlava perfettamente il francese, il tedesco, lo spagnolo e traduceva non solo parole, ma idee.
Nel frattempo scriveva articoli, elzeviri, saggi, per i più importanti giornali italiani: Il Mattino, Il Tempo, Il Messaggero, La Stampa, Il Popolo d’Italia. Dal 1950 fino alla morte, tenne anche una rubrica culturale su Radio Rai, raccontando al pubblico la letteratura spagnola come si racconta un amore.
La fede, il ritorno e la fine
Nel dopoguerra, qualcosa cambiò; superati i miti giovanili dell’irrazionalismo e dell’energia vitale, si riavvicinò alla fede cristiana. Non per paura, ma per consapevolezza. Era un ritorno, non una fuga. Sognava un grande lavoro di revisione del pensiero italiano, dall’Umanesimo al Barocco, per ricucire le fratture tra l’antico e il cristiano, tra il mito e la ragione. Morì a Roma l’11 aprile 1957, di ritorno da uno dei suoi viaggi in Spagna.
A Napoli, qualche anno dopo, gli intitolarono una strada: un gesto che pochi notarono, e che invece oggi merita di essere ricordato: perché Lorenzo Giusso fu una delle menti più originali, inquiete e appassionate del Novecento italiano.
Un napoletano che non si fece mai bastare Napoli, ma che a Napoli ritornava sempre, come chi sa che le radici non sono zavorra, ma partenza.
Fonti
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Giusso, Leopardi, Stendhal, Nietzsche, Napoli, Guida, 1933
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Giusso, Quaderno spagnolo 1931–1953, Napoli, Suor Orsola Benincasa, 2014


