Sospesi sul mare: gli hovercraft tra Napoli e le Isole negli anni ’60

Ieri, dopo aver pubblicato su questo sito e sulla pagina Facebook l’articolo sui collegamenti veloci tra Napoli e le isole effettuati con aliscafi ed elicotteri, qualcuno mi ha fatto notare che ho dimenticato di raccontare la storia degli hovercraft che negli anni ’60 offrivano un servizio di collegamento.

Innanzitutto, per i più giovani, cos’è un hovercraft?

Un hovercraft, o veicolo a cuscino d’aria, inventato nel 1959 da Christopher Cockerell, è un mezzo anfibio capace di muoversi su acqua, terra, ghiaccio o sabbia grazie a un cuscino d’aria generato da potenti ventilatori che sollevano lo scafo; una gonna flessibile trattiene l’aria sotto il veicolo, permettendo di superare ostacoli e mantenere stabilità.
La propulsione avviene tramite eliche o ventole, mentre i timoni regolano la direzione.

Negli anni in cui la modernità prometteva di trasformare ogni aspetto della vita quotidiana, quindi, Napoli guardò al futuro dei trasporti solcando il mare con mezzi che sembravano usciti da un romanzo di fantascienza: per l’appunto gli hovercraft.
Tra la metà e la fine degli anni ’60, per un breve ma memorabile periodo, il Golfo partenopeo fu teatro di un esperimento straordinario di mobilità marittima veloce.

Un balzo tecnologico nel Golfo

A metà degli anni ’60, la Società Grandi Magazzini ALCER di Napoli, allora impegnata nella sperimentazione di nuovi mezzi di trasporto, introdusse nel Golfo di Napoli due hovercraft di fabbricazione britannica per collegamenti passeggeri tra la città e le sue isole; questi veicoli, simili per capacità e funzione ai modelli impiegati allora nel Canale della Manica, potevano trasportare decine di persone in pochi minuti, sfruttando una tecnologia che li faceva letteralmente galleggiare su un cuscino d’aria sospeso tra mare e vento. 
Uno dei modelli più noti impiegati in questo contesto fu l’SRN6, impiegato nel 1968 per collegare Casamicciola (Ischia) con Napoli-Mergellina; si trattava di un mezzo commerciale derivato dall’esperienza britannica, capace di trasportare fino a circa 38 passeggeri, ed era un’evoluzione del primo hovercraft commerciale SR.N5 sviluppato dalla British Hovercraft Corporation.

Per quanto riguarda lo scalo a Napoli, gli hovercraft ormeggiavano nella zona del Lido Mappatella, ossia la piccola spiaggia alla Rotonda Diaz sul lungomare Via Caracciolo, nota oggi come Mappatella Beach.

Il viaggio: tecnologia e fascino

Salire a bordo significava immergersi in un’esperienza unica: gli hovercraft iniziavano con un rombo meccanico, la “gonna” in gomma si gonfiava, e il mezzo si sollevava dolcemente, quasi senza toccare l’acqua; in pochi minuti, il Golfo si apriva davanti ai passeggeri: Capri, Ischia o Procida apparivano all’orizzonte in un baleno, unendo due mondi tramite una magia tecnologica.

Limitazioni e fine di un sogno

Nonostante l’entusiasmo iniziale, il progetto non ebbe lunga vita: i due hovercraft utilizzati furono richiamati dalla fabbrica britannica perché difettosi: la sabbia entrava nei serbatoi alimentati a kerosene, richiedendo ogni sera una pulizia che ne rendeva l’esercizio troppo costoso e complicato.
Il servizio fu così interrotto dopo pochi anni e la compagnia fallì, senza che altri operatori riproponessero la stessa idea nel Golfo.

Un’idea che sorvolò il mare

L’esperienza degli hovercraft rimane un capitolo curioso e affascinante della storia dei collegamenti tra Napoli e le sue isole; per pochi anni, tra la fine degli anni ’60 e il primo scorcio dei ’70, la tecnologia fece brevemente immaginare un futuro in cui mare e aria si sarebbero fusi per ridurre distanze e tempi, sostenendo la crescita del turismo e della mobilità quotidiana.

Purtroppo diverse furono le cause dell’abbandono: il forte rumore e le vibrazioni (molti residenti lamentavano disturbo acustico nei porti e lungo la costa); sensibilità al vento che non consentiva agli hovercraft di gestire bene il mare mosso (bastava vento forte perché il servizio fosse sospeso); i costi elevati (la manutenzione, soprattutto della gonna in gomma, era costosa e complessa; l’arrivo degli aliscafi che più silenziosi, stabili, veloci e meno costosi, segnarono il definitivo sorpasso tecnologico.

Oggi queste macchine sono ricordi racchiusi in fotografie d’epoca e nei racconti di chi le vide sfrecciare, sospinte da eliche potenti e da un desiderio di modernità che, anche se breve, permise al Golfo di Napoli di toccare con mano una delle frontiere più audaci della navigazione.

Fonti

  • wikipedia.org
  • ischia.org
  • foto: Archivio fotografico Riccardo Carbone

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